Corridoi umanitari. La fuga da Gaza e dalle bombe di Azhaar, incinta con marito e figlia, e l’abbraccio di Dino in Italia

Scritto il 29/11/2025
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Quando si parla di guerra è sempre difficile spiegare davvero cosa significhi a chi non l’ha mai conosciuta. Le immagini mostrano macerie, pianti, corpi feriti. Si può intuire il dolore, immaginarne il peso, ma non lo si comprende fino in fondo. È un confine invalicabile: da una parte chi guarda, dall’altra chi vive ogni giorno tra sirene, esplosioni, assenze. E spesso, da lontano, si commette un errore: pensare che “loro” siano abituati. Abituati alla distruzione, alla precarietà, al terrore. Ma non è così. Gaza aveva strade asfaltate, marciapiedi, lampioni, aiuole e panchine. Aveva scuole di ogni livello, negozi, ristoranti, pizzerie, gelaterie. Aveva persone che parlavano inglese, che lavoravano online, che uscivano a comprare un mazzo di fiori o un giocattolo per un bambino. Aveva tutto quello che abbiamo noi. Poi, improvvisamente, più nulla. Una vita normale, “molto normale”, fino al 7 ottobre 2023, così come la descrive Azhaar Amayreh, 30 anni, incinta di 5 mesi, palestinese di Rafah nel sud di Gaza, laureata in lingua inglese, figlia del giornalista Sheikh Khalid Amayreh, specialista di marketing e comunicazione on-line, traduttrice arabo-inglese, freelance e impegnata a lavorare per Gaza Sky Geeks, un tech hub oramai distrutto, arrivata in Italia ad inizio ottobre scorso grazie a un corridoio umanitario. “Vengo dalla Terra Santa, dove è nato e ha camminato Gesù Cristo”, così descrive se stessa e la sua terra natale dalla quale è dovuta scappare insieme al marito Abdal di 35 anni, curatore di un’agenzia di comunicazione, e alla figlia Jouri di 7 anni, con i quali anche durante questi ultimi due anni, ha lottato per mantenere una certa normalità. Ma la normalità, racconta, “non esiste quando vivi sotto i bombardamenti”.

(Foto Azhaar Amayreh)

Il ritmo della vita era scandito non dagli impegni, ma dal tentativo di proteggere i propri cari, “le nostre vite sono diventate un incubo”. Durante due anni di conflitto, la Striscia è diventata un luogo dove ogni giorno si lottava per sopravvivere: “Israele ha negato cibo, acqua, beni essenziali. Quando mia figlia mi chiedeva un pezzo di cioccolato o di pane, non ero in grado di darglielo. È stato il dolore più grande come madre”.

(Foto Azhaar Amayreh)

Azhaar ricorda la Gaza che non c’è più: le scuole, le spiagge, i negozi, “Ricordo chiaramente il negoziante che mi offriva un fiore per me e mia figlia, il negoziante che mi sorrideva ogni mattina. Oggi è tutto distrutto”. La decisione di lasciare la Palestina è maturata dopo il 7 ottobre, quando – dice – “il mondo intero ha visto cosa stava accadendo”. Una scelta dolorosa, aggravata dal dover lasciare parenti ancora sotto le bombe. “Sei salvo, ma il cuore resta con loro. Ogni giorno ti chiedi se siano ancora vivi”. L’evacuazione verso l’Italia, organizzata dal governo italiano, è stata segnata da controlli, attese e paura. “Sul bus c’erano anziani, malati, bambini. Attraversavamo le zone rosse tra carri armati e soldati. Ricordo che anche se eravamo sotto protezione della Croce Rossa, l’Idf ha sparato contro di noi”. L’arrivo in Italia è stato un sollievo misto a smarrimento: “Ero fisicamente qui, ma mentalmente ancora a Gaza”. Ad accoglierla c’era una famiglia italiana, quella di Dino Menichetti, dirigente di Dachser & Fercam Italia e presidente di Ecolabs, un’impresa sociale che offre lavoro a rifugiati. La loro storia incrocia quella di Azhaar sette mesi prima, quando lei – tramite un messaggio su LinkedIn – gli aveva chiesto aiuto.

Quando ho ricevuto il suo messaggio, ho immaginato che fosse mia figlia a trovarsi in quella situazione”, racconta Dino che segue oltre 70 famiglie a Gaza e da loro riceve quotidianamente video e foto che testimoniano la disumanità della guerra. Dopo aver verificato la veridicità del profilo, ha iniziato a seguire il percorso di Azhaar e a collaborare con chi ne curava la raccolta fondi. “Abbiamo fatto di tutto per aiutarla a ottenere il visto. Poi ho deciso di mettere a disposizione casa mia per dimostrare allo Stato italiano che questa famiglia non sarebbe stata un peso, ma una risorsa”. Il giorno dell’arrivo a Ciampino è ancora vivo nella sua memoria:

(Foto Calvarese/SIR)

“È stato emozionante. Era come quando è nata mia figlia. Te li ritrovi davanti e capisci che da quel momento hai una responsabilità”. La solidarietà si è moltiplicata: amici, colleghi, parrocchie locali, perfino negozianti e medici hanno offerto spontaneamente aiuto, beni e servizi. “Ovunque andiamo, nessuno vuole farli pagare”, racconta. “Tutti si sono mossi: chi ha ridipinto le stanze, chi ha donato mobili, vestiti, giocattoli. Il sindaco di Anzio li ha ricevuti in Comune. È stata una gara di generosità”. Oggi Azhaar e la sua famiglia vivono nella casa di Dino. La loro routine è fatta di colazioni in comune, biciclettate, passeggiate al mare. La bambina, che a Gaza non ha potuto frequentare la scuola per oltre due anni, ora ha finalmente ricominciato a studiare. “Siamo rifugiati, stiamo sistemando i documenti per ottenere la residenza. Speriamo di costruire una vita dignitosa”. La gioia dell’attesa di un nuovo bambino si intreccia con il dolore per i lutti recenti, tra cui l’uccisione del giovane nipote del marito. Ciò che mi ha scioccata di più è stato il video del bambino: la testa completamente separata dal corpo. Non solo vieni ucciso a Gaza, ma il tuo corpo viene fatto a pezzi”, dice con voce rotta. Azhaar guarda al futuro con realismo: “La parola pace per me è un mito. L’ho sentita per tutta la vita, ma non l’ho mai vista”. Sottolineando la gratitudine nei confronti dei popoli europei per la solidarietà dimostrata, ai leader europei invece chiede “posizioni ferme contro le politiche israeliane” e maggiore protezione per i rifugiati che scappano dalla guerra, non solo dalla Palestina ma da tutti i Paesi coinvolti in conflitti. La sua speranza, oggi, è semplice: “Che nessuno debba mai vivere ciò che abbiamo vissuto noi”. Dino, dal canto suo, lancia un messaggio chiaro: “Non esiste giustificazione per l’uccisione dei civili, soprattutto dei bambini. Non possiamo normalizzare ciò che è inaccettabile. Dovremmo essere uniti almeno su questo”.Una storia di guerra, di paura e di perdita. Ma anche una storia di umanità, coraggio e solidarietà. Una storia che, nel buio di un conflitto senza fine, mostra ancora la possibilità – fragile ma reale – di un gesto che salva. Uno alla volta.

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