Cras Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale

Scritto il 02/01/2026
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Fumo, confusione, urla, corpi, paura anzi panico. L’odore acre della plastica che brucia, degli infissi che si sciolgono. Eroi e vigliacchi, o semplicemente donne e uomini, anzi ragazzi e ragazze terrorizzati ed in pericolo evidente e cogente di vita. Ma con uno smartphone in mano. Sono di una generazione diversa e devo usare quel “ma”. Forse sbaglio, anzi sbaglio. Perché a Cras Montana 47 morti, centinaia di feriti, è evidente che è successo anche qualcosa d’altro. Nella sciagura avvenuta oltre le montagne, in quella Svizzera che siamo soliti immaginare ordinata e silenziosa, è affiorato qualcosa di più del fumo e delle fiamme. È emerso, insieme ai video tremanti girati da ragazzi colti da un panico nudo e senza difese, un riflesso ormai istintivo, quasi animale:

fissare ciò che accade, trattenerlo in un’immagine, anche mentre tutto crolla.

Mani che tremano, occhi spalancati, telefoni alzati come salvagenti nella tempesta, a registrare l’orrore mentre lo si attraversa. Le decine di riprese apparse quasi da subito sui social media della folla che avanzava tra il fuoco raccontano che oggi la comunicazione nasce prima di tutto da questo impulso primordiale, che non chiede permesso né riflette, ma documenta per esistere. Abbiamo vissuto la prima guerra del Golfo quasi in diretta, grazie al coraggio dei giornalisti di allora, ma questo è diverso. Non è giornalismo, non è voyeurismo.

È un nuovo linguaggio, grezzo e profondamente umano, l’informazione smette di essere soltanto un mestiere e diventa un modo di stare al mondo, una postura dell’anima davanti agli eventi, un modo di vivere — e talvolta, come in quei fotogrammi incandescenti, persino di morire.

Lo scopo non è lasciare traccia perché qualcuno capisca, non è dire o dare un ultimo saluto, come nei messaggi delle Torri gemelle. Non è denuncia come al Bataclan. È flusso vitale, forse scudo affinché il virtuale possa esorcizzare il reale, in parte incoscienza adolescenziale o post adolescenziale. Ma è innegabilmente un fatto, che segna un dopo. Lo smartphone, per un giovane e forse già per gli adulti, non è più un oggetto: è un arto aggiunto, una protesi discreta che all’inizio sembrava un gioco e che ora pulsa come un organo vitale. Sta nella mano come se fosse sempre stato lì, come se la carne avesse imparato ad adattarsi a quel rettangolo luminoso, freddo eppure intimo, capace di tremare al minimo richiamo come un nervo scoperto. Attraverso di esso il giovane vede, ama, odia, aspetta; attraverso di esso misura il tempo, che non scorre più solo in ore o stagioni ma anche in notifiche, in percentuali di batteria, in silenzi improvvisi che fanno più paura di una cattiva notizia. Non è alienante, è convergente, perché il virtuale è reale. È una finestra che non dà solo sull’esterno, ma sempre di più sull’interno del mondo.

Così questa protesi irrinunciabile si rivela per ciò che è: un mezzo potentissimo che ha smesso di essere mezzo ed è diventato ambiente, destino, talvolta complice.

Non si può semplicemente toglierla, come non si può rinunciare a un arto senza dolore. Si può solo imparare e mostrare a riconoscerne il peso, suscitare la domanda se quella luce che accompagna ogni passo illumini davvero la strada o se, come nelle storie più inquietanti, non stia invece attirando il viandante verso un confine che non aveva previsto di attraversare. Noi adulti, su quel confine, dobbiamo esserci con amore e verità.

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