C’è una parola che attraversa la storia della Tanzania come un filo nascosto: dignità. Non è una parola urlata. È una parola che si sussurra nei villaggi, nelle periferie di Dar es Salaam, nei campi coltivati a mani nude, nelle aule di scuole costruite con mattoni cotti al sole. È la stessa parola che animava il sogno di Julius Nyerere (1922-1999, ritenuto il “padre fondatore” della Tanzania, Presidente dal 1964 al 1985), il Mwalimu, “maestro”, quando parlava di nazione come famiglia, di ujamaa come scelta di condivisione e responsabilità reciproca. Oggi quella parola è messa alla prova. Le elezioni generali del 29 ottobre 2025 dovevano essere un altro momento di consolidamento democratico, invece ciò che ne è derivato è stato uno dei capitoli più drammatici della recente storia tanzaniana, aprendo interrogativi profondi sulla qualità democratica del Paese e sulla tenuta del suo patto sociale. Secondo i risultati ufficiali, la presidente Samia Suluhu Hassan, esponente del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (Ccm), ha ottenuto una vittoria schiacciante insieme al suo partito. Questo risultato, giudicato non competitivo e privo di credibilità da osservatori internazionali e opposizione, ha messo in luce un arretramento del pluralismo politico.
La Presidente della Tanzania in visita a Mosca (Foto ANSA/SIR)
Riduzione dello spazio civico. La situazione politica ha generato tensioni profonde nel Paese: i principali partiti di opposizione sono stati esclusi o messi ai margini, la libertà di espressione si è ridotta e critici e leader dell’opposizione sono stati arrestati o intimiditi. Nel giorno delle votazioni e nei giorni successivi, manifestazioni spontanee e pacifiche sono sfociate in proteste diffuse, cui le forze di sicurezza hanno risposto con un uso della forza che ha causato numerose vittime. Il nodo centrale non è soltanto la contabilità delle vittime, ma la progressiva riduzione dello spazio civico. Negli ultimi anni si è assistito a restrizioni nei confronti di media indipendenti, organizzazioni della società civile e opposizioni politiche. In occasione del voto, diverse piattaforme digitali sono state limitate o temporaneamente oscurate, alimentando la percezione di una gestione securitaria dell’informazione. Quando il dissenso viene percepito come minaccia e non come risorsa, la democrazia si impoverisce.
(Foto Zulli)
Il vero banco di prova… La questione, dunque, non è solo politica: è culturale e istituzionale. Dietro ci sono vite e volti: madri che aspettano notizie dei figli, giovani che cercano lavoro e futuro, anziani che ricordano stagioni di unità e si domandano se siano definitivamente tramontate. Il clima post-elettorale è rimasto teso, con richieste di indagini indipendenti e riforme avanzate anche da voci religiose ed ecclesiali che auspicano un rinnovato impegno per la verità, la giustizia e la riconciliazione. Eppure la Tanzania non è un Paese in declino economico. Il Paese beneficia di settori trainanti come agricoltura, turismo, estrazione mineraria e investimenti infrastrutturali. Tuttavia, gli analisti avvertono che la crescita macroeconomica non garantisce automaticamente inclusione sociale. Un ambiente politico percepito come meno prevedibile può scoraggiare investimenti di lungo periodo e indebolire la fiducia interna. Il vero banco di prova resta la dimensione sociale. Oltre la metà della popolazione ha meno di vent’anni ed è in cerca di opportunità reali di lavoro e partecipazione. Questa “giovinezza demografica” rappresenta una promessa, ma anche una responsabilità enorme. Servono scuole di qualità, accesso al lavoro, partecipazione pubblica. Senza questi elementi, la crescita rischia di restare una statistica e non diventare esperienza condivisa.
(Foto Zulli)
L’intuizione di Nyerere. Le disuguaglianze territoriali tra aree urbane e rurali restano marcate, così come la vulnerabilità di ampie fasce della popolazione rispetto ai cambiamenti climatici e alle fluttuazioni dei mercati agricoli. La Tanzania ha conosciuto la povertà, la sfida dell’indipendenza, la fatica della costruzione nazionale. Eppure, ogni volta che sembra vacillare, ritrova una forza che sorprende. È la resilienza di chi ha imparato a sopravvivere alle crisi economiche, alle siccità, ai cambiamenti globali. È la pazienza africana che non confonde lentezza con rassegnazione. Nyerere aveva intuito che senza giustizia sociale non esiste vera libertà. La sua visione non era perfetta, ma era intrisa di una convinzione profonda: nessuno si salva da solo. Oggi quella intuizione risuona con urgenza. Quando la fiducia nelle istituzioni si incrina, quando la politica si irrigidisce, ciò che resta è il tessuto umano. E il tessuto umano tanzaniano è sorprendentemente tenace.
La Chiesa e il bene comune. In questo scenario la presenza della Chiesa cattolica non è marginale. Non è solo una rete di parrocchie e diocesi. È una storia di scuole aperte nei luoghi più remoti, di dispensari dove la medicina arriva prima delle strade asfaltate, di catechisti che percorrono chilometri a piedi per annunciare una speranza che non è evasione ma impegno. La missione in Tanzania non è mai stata “coloniale” nel cuore del popolo: è diventata casa, dialogo, educazione, cura. Per questo la Chiesa continua a essere anche una presenza pubblica credibile. Non parla soltanto ai credenti, ma contribuisce alla costruzione del bene comune attraverso l’educazione, la promozione umana e la formazione delle coscienze. La sua voce conserva un peso particolare quando richiama al rispetto della dignità della persona, alla giustizia e alla responsabilità civile.
Cosa riserva il futuro? Forse la vera domanda non è se la Tanzania supererà questa stagione complessa. La domanda è quale tipo di nazione desidera diventare. Se saprà trasformare la crisi in occasione di maturità democratica. Se saprà ascoltare le sue periferie. Se saprà ricordare il sogno di Nyerere senza idolatrarlo, ma traducendolo in istituzioni più giuste e partecipate. La speranza, in Tanzania, non è un lusso spirituale. È una necessità collettiva. È il respiro profondo di un popolo che ha imparato a camminare lentamente, ma insieme. Ed è proprio questo “insieme” – fragile, ferito, ma ancora vivo – il segno più vero che la storia non è finita.
*Popoli e Missione
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