Venezia 83, secondo giorno. In cartellone due autori di peso. Anzitutto il britannico Martin McDonagh con “Wild Horse Nine”, con John Malkovich e Sam Rockwell: un viaggio tragicomico al seguito di due agenti della Cia a ridosso del golpe cileno del 1973, che si confessano misfatti e fragilità. In gara anche il decano del cinema tedesco Werner Herzog con “Bucking Fastard”, che valorizza il talento delle sorelle Kate e Rooney Mara. Fuori gara Gianni Amelio con “Nessun dolore”, dove torna a parlare di migranti e accoglienza.
(Foto Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán)
“Wild Horse Nine” – Concorso
Per due volte è stato a un passo dal Leone d’oro, con “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (2017) e “Gli spiriti dell’isola” (2022). Sarà la volta giusta per Martin McDonagh? Le probabilità sono alte. Il film, scritto e diretto con il suo stile crudo e sarcastico, offre una polaroid degli anni Settanta in America Latina, infiammati da agitazioni e colpi di Stato: l’autore pedina due agenti Cia a poche settimane dall’assalto alla presidenza di Salvador Allende.
La storia. Cile 1973, estate. Poche settimane prima del golpe, gli agenti Cia Chris e Lee si mettono in viaggio verso l’Isola di Pasqua in cerca di evasione e risposte. Chris, il più anziano, vede la sua esistenza vicina al capolinea e riavvolge il nastro dei ricordi professionali, compresi i delitti di cui si è macchiato. Lee, sulla cinquantina, è più distaccato, pronto a sbarazzarsi di ogni minaccia. Il capo MJ chiede a lui di “risolvere” la condizione di Chris, ormai ingestibile.
“Ho pensato che sarebbe stato interessante affrontare il senso di colpa di una persona e il suo atteggiamento verso ciò che ha fatto”, ha dichiarato il regista. “È anche un cattolico, quindi entrano in gioco il senso di colpa, i peccati e tutto quel genere di cose”. McDonagh firma un’opera potente e densa: una commedia nera dove due spietati agenti si confrontano sulle proprie azioni davanti alla prospettiva della morte. Un gioco a due dolente e irriverente, che brilla per regia, scrittura e per i due interpreti di ruggente bravura.
Non è facile entrare in partita con il film, stratificato e puntellato da un ripetuto simbolismo religioso: l’insistenza sul crocifisso sembra tratteggiare i due agenti-criminali come i ladroni accanto a Gesù, con la speranza che almeno uno cerchi il perdono. Un film che chiede allo spettatore un confronto accorto su segni, riferimenti storici e rimandi simbolici. Complesso, problematico, per dibattiti.
(Foto Gateway to Orkney LLC)
“Bucking Fastard” – Concorso
Nel 2025 ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera. Un anno dopo Werner Herzog torna in concorso con “Bucking Fastard”, con le sorelle Kate e Rooney Mara, Orlando Bloom e Domhnall Gleeson. Un film curioso e quasi grottesco sulla difficoltà di due sorelle nel farsi accogliere dalla comunità in cui vivono: ossessioni, solitudine, tenerezza.
La storia. Irlanda, oggi. Jean e Joan sono legatissime: fanno tutto insieme, vestono allo stesso modo, parlano in sincrono. Le loro ossessioni, tra cui l’infatuazione per lo stesso uomo, le portano a cercare un luogo più accogliente.
Herzog ha dedicato il film alla memoria di David Lynch e sembra proprio richiamarne stile e poetica. Un’opera che parte brillante e stramba e cresce in profondità e poesia lungo il copione. Il peregrinare delle due sorelle, quasi un fenomeno da circo Barnum, diventa un cammino della speranza: Jean e Joan sognano un mondo quasi utopico, dove essere viste davvero e magari amate, e si misurano con un’umanità misera e caritatevole, sleale e solidale. Un film surreale, dove serpeggiano crudeltà mascherate dal sorriso. Complesso, problematico, per dibattiti.
(Foto Claudio Iannone)
“Nessun dolore” – Venezia Open
Otto volte in gara, Leone d’oro nel 1998 per “Così ridevano”, Gianni Amelio torna al Lido fuori concorso con “Nessun dolore”, opera di stringente urgenza sui flussi migratori, a oltre trent’anni da “Lamerica” (1994). Scritto con Davide Serino e Andrea Quetti, è interpretato da Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea.
La storia. Roma, oggi. Davide vende libri usati in un chiosco del centro. Un giorno un giovane nordafricano gli affida un bambino, chiedendogli di prendersene cura. Spaesato, Davide respinge la responsabilità e il bambino viene investito da una moto. Assalito dai sensi di colpa, farà di tutto per espiare la propria indifferenza.
“A oltre trent’anni da ‘Lamerica’ trovo che il fenomeno migratorio abbia assunto dimensioni tragiche. È il problema dei problemi”, afferma il regista, che compone una storia dolente, dal chiaro valore civile. Attraverso Davide fotografa la nostra umanità di oggi, avvitata nella paura davanti allo straniero. Un film che, pur con qualche incertezza narrativa, conquista per la poetica di un autore che non ha mai abbassato la voce davanti al disagio sociale. Complesso, problematico, per dibattiti.