L’America arriva alle urne chiedendo un cambiamento e, soprattutto, un contrappeso al potere di Donald Trump. Domani, 3 novembre, le elezioni di metà mandato rinnoveranno tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 del Senato.
In gioco non c’è soltanto la maggioranza del Congresso, oggi nelle mani dei Repubblicani: il voto misurerà quanto consenso conservi il presidente, tornato alla Casa Bianca nel 2024 promettendo di abbassare i prezzi e restituire prosperità alle famiglie, mentre oggi la realtà racconta tutt’altro.
È proprio l’economia che continua a pesare sulla vigilia del voto e ha continuato a dettare l’agenda di una travagliata e costosissima campagna elettorale: 3,2 miliardi di dollari secondo gli ultimi dati della Commissione elettorale federale. Tre elettori su quattro si dichiarano insoddisfatti e quasi due terzi chiedono una svolta rispetto alla direzione imboccata dal Paese. Secondo l’ultimo sondaggio NBC News, pubblicato domenica, la disapprovazione per Trump tocca il 60%, mentre i Democratici sono avanti di sette punti nelle preferenze per il controllo del Congresso. Ma
sarebbe un errore confondere il desiderio di arginare il presidente con un’investitura dell’opposizione:
anche il Partito Democratico raccoglie giudizi severi e le valutazioni degli elettori sui due schieramenti restano vicine sulle politiche messe in atto per aiutare o non aiutare l’americano medio. Nei territori conquistati da Trump nel 2024, inoltre, il voto repubblicano appare resistente.
C’è poi un elettorato che non si riconosce in nessuna delle due offerte politiche. Sono i “double haters-i doppi odiatori”, coloro che disapprovano entrambi i partiti. Secondo un’analisi di New America, rappresentano ormai il 21% degli elettori, contro il 13% del 2022. Tendono oggi verso i Democratici, ma una parte consistente non ha ancora deciso. Dietro l’indecisione si intravede una sfiducia più profonda:
molti americani sentono che il sistema politico ed economico lavori contro di loro. Una rabbia che difficilmente si spegnerà con la chiusura delle urne.
Intanto il processo elettorale è già cominciato da giorni. Oltre 53 milioni di cittadini hanno scelto il voto anticipato o per corrispondenza, superando il totale registrato nelle precedenti midterm. Fra loro anche Leone XIV: il Papa statunitense ha inviato la propria scheda elettorale a Chicago, ribadendo attraverso la Sala Stampa vaticana il valore del diritto e del dovere di partecipare alla vita democratica.
Le sfide locali raccontano quanto sia imprevedibile l’esito. In Michigan il democratico Abdul El-Sayed potrebbe diventare il primo senatore musulmano della storia americana, ma proprio alla vigilia del voto Haley Stevens, sconfitta da lui alle primarie, ha annunciato il sostegno al rivale repubblicano Mike Rogers. In Alaska, dove il senatore repubblicano Dan Sullivan affronta Mary Peltola, compare sulla scheda anche un altro candidato chiamato Dan Sullivan: un omonimia finita persino davanti a un giudice. Sono i segni di una campagna segnata da scontri interni, pubblicità aggressive e battaglie giudiziarie.
Trump terrà oggi il suo ultimo appello agli elettori presso la Reflecting Pool del Lincoln Memorial, a Washington. Dovrebbe rivendicare i risultati della sua amministrazione e chiedere agli americani di confermare una maggioranza repubblicana che, in entrambe le Camere, dispone di margini ridotti. Ma
nelle chiese l’attenzione non è rivolta soltanto ai risultati.
A Milwaukee la pastora presbiteriana Karen Hagen sarà una “cappellana ai seggi”: un servizio apartitico, svolto all’esterno dei luoghi di voto, per rassicurare gli elettori e disinnescare eventuali conflitti. In Carolina del Nord la cattolica Jeanne Kiley, francescana secolare, farà l’“operatrice di pace”, dopo una formazione specifica per gestire le tensioni. Anche il Franciscan Action Network ha mobilitato volontari. Sullo sfondo rimangono i timori, particolarmente avvertiti nelle comunità immigrate, di intimidazioni e interferenze, nonostante la Casa Bianca abbia escluso l’invio di agenti dell’Immigrazione ai seggi.
L’America che vota domani è dunque un Paese mobilitato, inquieto e sfiduciato, dove la domanda di cambiamento supera la fiducia in chi promette di realizzarlo. E dove, accanto alla battaglia per il potere, c’è chi considera già una vittoria permettere a ciascuno di votare senza paura.