Le ragioni della speranza

Scritto il 18/06/2026
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“Personalmente ritengo che sia importante non contrapporre ma tenere insieme quella certezza della speranza che nasce dalla fede e dalla preghiera e un esame attento e onesto delle ragioni di tale speranza, solo così non si crea una frattura tra la nostra cultura di uomini di oggi e la parola di salvezza che è giunta a noi da Gesù di Nazaret. Già l’apostolo Pietro chiedeva ai primi cristiani di saper rendere ragione della loro speranza: per lui però queste ragioni consistevano anzitutto nella testimonianza della vita e in particolare nel martirio”. Con questo pensiero il card. Camillo Ruini conclude il libro “C’è un dopo? La morte e la speranza” (Mondadori – 2026). Nelle parole è racchiusa la sua passione per la ricerca della verità, una passione che lo aveva accompagnato lungo tutta la vita e che lo aveva visto protagonista anche in dialoghi con credenti e non credenti su grandi temi culturali, sociali e politici.
In questo percorso aveva investito le sue risorse umane, culturali e spirituali e il suo desiderio era di indicare alla Chiesa percorsi in cui la fede e la ragione potessero camminare insieme nella chiarezza di una diversità che non avrebbe mai accettato l’interruzione della comunicazione tra l’una e l’altra.
Le radici del “progetto culturale” che promosse dopo averlo a lungo pensato coinvolgendo intellettuali cattolici e non cattolici, sono nell’avvertire in sé stesso il compito di aiutare la Chiesa a dire al mondo le ragioni della speranza cristiana. Si era reso conto che per questo era necessario ripensare la comunicazione della Chiesa e nella Chiesa. Occorrevano strumenti adatti e ancor prima uomini e donne all’altezza del compito.
E qui compì un passo decisivo perché per nulla esperto di comunicazione si fece umilmente aiutare da professionisti per comprenderne i meccanismi, le regole e i linguaggi. Lo riconobbe egli stesso nel ricevere la laurea honoris causa dall’università Santa Croce in Roma indicando in don Giuseppe Cacciami, già presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, un maestro che nel linguaggio cosiddetto “ecclesialese” vedeva una barriera da eliminare.
Fu un tempo importante per Avvenire, per l’agenzia giornalistica Sir, per la televisione Sat2000 che diventerà Tv2000, per le radio cattoliche, per i settimanali diocesani.
La sua convinzione era che questi non fossero solo strumenti ma “luoghi” nei quali incontrare una Chiesa che rendeva visibile e credibile l’annuncio del Vangelo con il linguaggio laico dei media: una Chiesa che voleva farsi capire dal mondo nell’annunciare il Vangelo. Una prospettiva che a suo avviso doveva rendere ancor più fecondo il legame tra cultura e comunicazione: affermava che occorreva dar vita a “una cultura intrinsecamente comunicativa”.
Esprimeva fiducia nei laici e rispetto nei loro confronti, chiedeva però che avessero preparazione, competenza e sensibilità ecclesiale. Qui rivelava il suo essere esigente, visto che lo era prima di tutto con sé stesso: nulla doveva essere lasciato alla frettolosità, alla frammentarietà, alla mediocrità. Ricordava in questo contesto il concetto di libertà nell’appartenenza chiarendo che l’appartenenza alla verità cristiana ed ecclesiale rende uomini interiormente liberi e creativi.
Così fu anche sul tema della presenza dei cattolici in politica, quando la situazione non consentì di sostenere una “unità politica” pensò a una “unità culturale” che si spense prima di dare i frutti sperati perché il pensare era stato vinto dal fare, i tempi lunghi della riflessione erano stati vanificati dai tempi brevi della comunicazione mediatica. Una lettura attenta delle pagine di quel tempo confermerebbe che a muovere il pensiero del card. Ruini furono la passione per la verità.
Tornando al pensiero iniziale sulla speranza si può cogliere la centralità di Dio che il cardinale metteva in primo piano senza mai ridurre il confronto su questo tema a muro contro muro ma come spazio di condivisione di una ricerca sul senso del vivere e del morire.

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