“Molti hanno rivissuto quello che hanno vissuto nel ’97. Chi aveva già perso casa la prima volta ha comprato più avanti, nella stessa zona, e ora si ritrova di nuovo senza niente”. Don Massimo Ingegnoso, parroco della Chiesa Madre Santa Maria d’Itria di Niscemi, racconta la prima domenica della comunità niscemese dopo la frana che dal 25 gennaio scorso ha sconvolto la cittadina di 25mila abitanti in provincia di Caltanissetta. Oltre 1.500 persone evacuate, interi quartieri – Sante Croci, Trappeto, via Popolo – dichiarati zona rossa: “Già si vede una comunità ferita, perché molti mancavano a messa”, osserva il sacerdote.
“Ho sospeso il catechismo e le attività parrocchiali, visto il disagio che stiamo attraversando. La gente si è trovata sballottata qua e là, chiamata all’improvviso a uscire dalla propria abitazione, ritrovandosi con tutto e con niente”.
Proprio oggi, domenica 1° febbraio, in tutte le parrocchie della diocesi di Piazza Armerina è stata diffusa la lettera del vescovo mons. Rosario Gisana, che invita la comunità ecclesiale a farsi prossima agli sfollati: “I nostri fratelli e sorelle di Niscemi sono diventati improvvisamente ‘piccoli del Regno’, e noi non possiamo restare inerti, insensibili al loro grido d’aiuto”.
La frana del 1997 a Niscemi
Il 12 ottobre 1997 una vasta frana colpì l’area delle Sante Croci, provocando il crollo dell’antica chiesa e l’evacuazione di circa 400 persone. Interi nuclei familiari furono costretti ad abbandonare definitivamente le abitazioni. A distanza di quasi trent’anni, l’attuale emergenza interessa in parte la stessa zona.
“Dio guarda gli umili”: la vicinanza del vescovo e il sostegno concreto
La messa domenicale nella Chiesa Madre è stata presieduta dallo stesso vescovo Gisana, che in questi giorni sta seguendo da vicino l’emergenza. “Stiamo sentendo la sua vicinanza come padre, in maniera magnifica”, sottolinea don Ingegnoso. Il parroco cerca di stare accanto alle famiglie sfollate, contattandole personalmente una a una: “Sto chiamando, cercando le persone, in modo che possano avere almeno un sostegno, un conforto”. Nella sua omelia di sabato, celebrata con pochi fedeli, il sacerdote si è concentrato sulla speranza:
“Dio guarda in modo particolare le persone umili, i poveri. In questo momento, queste sono le persone umili e povere”.
Un messaggio che riecheggia nella lettera pastorale, dove mons. Gisana richiama il Vangelo di Matteo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. La Caritas diocesana, guidata dai diaconi permanenti, si è mobilitata fin dalle prime ore per la distribuzione di coperte e generi alimentari, collaborando con la Protezione civile. Alcune famiglie hanno trovato ospitalità presso nuclei delle comunità parrocchiali, altre nell’istituto delle suore della Santa Famiglia. A breve sarà avviata anche una raccolta fondi per consentire all’intera diocesi di esprimere concretamente la propria solidarietà.
(Foto ANSA/SIR)
Una porzione di territorio “non esisterà più”: il dramma di chi ha perso tutto due volte
A pesare sulla comunità è anche il ricordo della frana del 12 ottobre 1997, che colpì la medesima area distruggendo l’antica chiesa Sante Croci e costringendo 400 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. “Praticamente mancherà una parte del territorio, non esisterà più”, spiega don Ingegnoso riferendosi all’ampiezza della zona interdetta. “Lì abitavano le persone che quasi giornalmente frequentavano la parrocchia. Non so cosa accadrà quando si inizierà a sistemare tutto”. La situazione rimane in costante evoluzione: “Stanno monitorando ogni giorno, ogni minuto, non sappiamo come si svilupperà”. Il fronte franoso si estende per 4 chilometri e, secondo la Protezione civile, numerose abitazioni non potranno più essere recuperate, rendendo necessaria una delocalizzazione definitiva. Nella sua lettera, il presule richiama alla solidarietà operosa:
“È importante muoversi insieme, con gesti che evocano vicinanza alla maniera del buon samaritano, sia con la preghiera che con le opere”.
E conclude: “Quello che facciamo è gradito a Dio perché reso a lui stesso. È il mistero della carità evangelica che ci consente di incontrarlo in coloro che soffrono, di cogliere la sua divina presenza nel volto a noi familiare di questi nostri fratelli e sorelle”.
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