La quarta giornata del Meeting di Rimini ha avuto come filo conduttore il destino della Terra Santa, con Gaza e la Cisgiordania al centro di testimonianze, confronti e appelli che hanno riportato l’attenzione sulla sofferenza delle popolazioni coinvolte nel conflitto, ma anche sulla necessità di continuare a costruire percorsi di convivenza e pace. Ad aprire uno squarcio sulla realtà quotidiana della Striscia è stato padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, che ha affidato a un’immagine drammatica la descrizione di quanto vive oggi la popolazione:
(Foto Parrocchia latina Gaza)
“Gaza è tritata, come se fosse passato uno tsunami”. Una condizione che si riflette nella vita di ogni giorno, tra tende improvvisate, macerie e la ricerca continua di beni essenziali.
“La mattina ci si sveglia ringraziando il Signore se le batterie hanno resistito durante la notte. Poi inizia la lotta per trovare acqua potabile e acqua per lavarsi”,
ha raccontato. Nonostante la guerra abbia colpito duramente anche la piccola comunità cristiana, ridotta oggi a 541 persone e segnata da decine di vittime, la parrocchia continua a rappresentare un presidio di assistenza per centinaia di famiglie grazie alla distribuzione dell’acqua, ai servizi sanitari e alle attività educative rivolte soprattutto ai bambini.
La scelta di restare. Romanelli ha spiegato che la scelta di restare a Gaza, insieme agli altri religiosi e religiose, non è stata un gesto politico, ma pastorale: “Non è stata una sfida politica, ma la risposta naturale di un pastore che deve rimanere con il suo gregge”. Una presenza che si traduce nell’accompagnare i più fragili e nel custodire un segno di speranza: “L’altare di questa chiesa è un altare di pace”. Proprio la pace è stata la parola più ricorrente del suo intervento. “Non ho mai percepito desideri di vendetta”, ha detto riferendosi sia ai cristiani sia ai vicini musulmani. E ha concluso con un messaggio che ha attraversato l’intero incontro: “L’ultima parola non è la croce, ma la risurrezione”.
“Nessuno chiede vendetta: chiediamo pace per tutti, palestinesi e israeliani”.
(@latin parish Taybeh)
Attenzione ai più vulnerabili e Taybeh. Questa testimonianza si è intrecciata con quella del Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, che ha allargato lo sguardo all’intera presenza francescana in Medio Oriente, dai territori palestinesi a Israele, fino a Giordania, Libano, Siria, Cipro ed Egitto. Una missione che, ha spiegato, non si misura sull’ambizione di cambiare il mondo, ma sulla capacità di rispondere concretamente ai bisogni delle persone incontrate ogni giorno:
“La nostra missione non è salvare il mondo intero, ma cominciare a prenderci cura di chi si presenta davanti a noi e bussa alla nostra porta”.
Lo stesso principio guida anche l’attenzione verso le comunità più vulnerabili della Cisgiordania, in particolare Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano rimasto nella regione, da tempo al centro di aggressioni e intimidazioni attribuite a gruppi di coloni ebrei. Commentando la situazione, Ielpo ha denunciato il permanere di situazioni di ingiustizia che colpiscono non solo Taybeh ma anche altre minoranze, come le comunità beduine.
“Ci sono ingiustizie condannate da tutti ma che rimangono in essere”,
ha osservato, riconoscendo un senso di impotenza di fronte a problemi che richiedono “soluzioni realistiche, concrete ma anche efficaci” per garantire i diritti fondamentali di ogni persona e di ogni popolo. Accanto alla denuncia delle difficoltà, il Custode ha rilanciato un appello a tornare pellegrini in Terra Santa, considerandolo un aiuto concreto sia per chi visita quei luoghi sia per le comunità cristiane che vi abitano e custodiscono la memoria dell’Incarnazione.
“Violenza inaccettabile”. Sul tema di Taybeh è intervenuto anche Yaron Sideman, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, presente al Meeting. Il diplomatico ha espresso una netta condanna di ogni forma di violenza:
“Qualsiasi atto di violenza contro chiunque è inaccettabile e non deve essere tollerato»,
affermando che episodi di questo genere devono essere perseguiti secondo la legge. Pur sostenendo che alcuni racconti della situazione siano stati rappresentati in termini più gravi della realtà, Sideman ha ribadito che “ogni aggressione è inaccettabile” e non può trovare alcuna giustificazione. L’ambasciatore ha inoltre insistito sul tema della libertà religiosa, definendola un principio fondante dello Stato di Israele. “La libertà religiosa e la libertà di culto sono principi fondamentali sanciti dalla Dichiarazione d’Indipendenza di Israele”, ha ricordato, sottolineando l’impegno delle istituzioni nel garantire tali diritti a cristiani, musulmani ed ebrei. Infine, in sintonia con l’appello dei francescani, Sideman ha incoraggiato i pellegrinaggi in Terra Santa, giudicando sicure le visite ai luoghi santi e invitando i fedeli a riscoprire le radici della loro fede nei luoghi della vita di Gesù. Tra il racconto delle macerie di Gaza, la denuncia delle tensioni in Cisgiordania e il richiamo alla convivenza religiosa, la giornata del Meeting ha così restituito un’immagine complessa della Terra Santa: una terra ferita, attraversata da ingiustizie e sofferenze, ma nella quale continuano a emergere voci che chiedono non vendetta, bensì riconciliazione, diritti e pace per tutti.