(Casale Monferrato) C’è spazio per il lavoro dignitoso, capace di garantire sicurezza e tutelare ambiente e salute, nella società che vogliamo costruire? È la domanda che ha accompagnato l’evento nazionale “Dalla polvere alla speranza: alleanze che illuminano il futuro” promosso dal Movimento lavoratori di Azione Cattolica (Mlac) per celebrare la Giornata mondiale del lavoro dignitoso. L’incontro si è svolto oggi a Casale Monferrato, città simbolo della tragedia causata dall’inquinamento da amianto ed emblema di una comunità che ha saputo reagire chiedendo bonifiche per il risanamento ambientale, ricerca per curare il mesotelioma pleurico e giustizia con l’attribuzione delle responsabilità a chi, perseguendo il profitto, ha cagionato inquinamento e morte.
Introducendo i lavori, Maurizio Biasci, segretario nazionale del Mlac, ha sottolineato come sia necessario
“non far spegnere l’attenzione sulla tematica del lavoro dignitoso, anche in riferimento alla questione della sicurezza, per dare speranza alle persone”.
Questo in un Paese, ha evidenziato Corrado Rendo, medico del lavoro con una lunga esperienza sul tema dell’amianto e della prevenzione sanitaria, che “vanta il primato europeo per infortuni mortali sul lavoro, 1.093 nel 2025”.
Ma dignità del lavoro significa non solo sicurezza e salute. Mons. Marco Arnolfo, arcivescovo di Vercelli e delegato per la Pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta, ha ricordato come 9 anni fa la Chiesa italiana ha dedicato la Settimana sociale di Cagliari al tema “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale”, caratteristiche che contraddistinguono il lavoro dignitoso. Il presule ha insistito sulla necessità che “il lavoro sia per tutti”; questo vale ancora di più di fronte alle sfide legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Avviandosi verso un mondo nel quale ci saranno “robot umanoidi nelle fabbriche al posto degli operai” è importante “cercare di favorire un lavoro per tutti”. “L’uomo – ha ammonito – non potrà mai essere sostituito; dovrà governare, guidare, educare, curare e amare”. Tematiche riprese ad inizio pomeriggio da Matteo Massaia, delegato regionale dell’Ac del Piemonte, che ha sottolineato come il lavoro è essenziale per l’uomo e per il suo sostentamento, ma dev’essere dignitoso”. “Non tutto il lavoro è positivo – ha rilevato –, se genera morte o malattia non è certo un bene”. Non è mancato un riferimento al binomio lavoro-salute, quando questi due aspetti diventano contrastanti. Parole che hanno fatto eco a quelle di Giuseppe Notarstefano che, in un videomessaggio, ha evidenziato che “le morti bianche, la sicurezza del lavoro sono grandi questioni sulle quali il Movimento lavoratori è presente in collaborazione anche con la Pastorale sociale del lavoro”.
“La storia di Casale Monferrato ci insegna che quando la comunità si unisce, anche la battaglia più difficile può tracciare strade nuove per l’intero Paese.
Non dimentichiamo le vittime, continuiamo a pretendere le bonifiche, sosteniamo la ricerca scientifica e battiamoci ogni giorno affinché in nessun luogo di lavoro del Piemonte si debba più barattare la vita con il pane”, è il messaggio che Gaetano Quadrelli, dell’Ufficio per la Pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta, ha inviato ai partecipanti.
Lungo tutta la giornata è stata approfondita la vicenda che ha legato la comunità di Casale Monferrato e l’inquinamento da amianto. Un problema che non riguarda solo questo territorio ma che in Italia – è stato denunciato più volte nei lavori – è notevolmente sottostimato. Nella sua testimonianza, a tratti commossa, Giovanna Patrucco, dell’Associazione Familiari e vittime amianto (Afeva), ha invitato a “guardare al mondo con attenzione e consapevolezza, vigilando sulla comunità alla quale si appartiene, individuando le vere priorità, partecipando e lottando per tematiche come il lavoro equo e dignitoso”. In fondo è questo il solco nel quale si è mossa la comunità monferrina per reagire al “dramma amianto”. Negli interventi del pomeriggio è stato ricostruito quanto fatto – a partire dalle lotte sindacali degli anni ‘70 del Novecento – per far emerge dapprima il problema e poi affrontarlo negli aspetti legati al riconoscimento delle malattie professionali, alle bonifiche e al risanamento ambientale e alla ricerca medico-scientifica per la cura del mesotelioma. Ricordando che “chi ha una diagnosi d’amianto è stato nella maggior parti dei casi esposto alla fibra”, Marinella Bertolotti, direttrice del Centro studi per le Patologie ambientali e responsabile del Centro regionale amianto all’interno del Dipartimento Attività integrate ricerca e innovazione dell’Azienda ospedaliera di Alessandria, ha illustrato il lungo percorso che ha portato al “riconoscimento dell’Irccs” con sede a Casale Monferrato “per supportare la ricerca”, essendo
il mesotelioma una “patologia rara”, il che comporta “difficoltà nella ricerca perché le cause farmaceutiche non investono e la ricerca viene fatta grazie a fondi del Ministero o dell’Airc”.
Andrea Gavazza, sindaco di Cavagnolo, Comune che fino all’inizio degli anni ’80 ospitò lo stabilimento Saca Eternit, ha parlato di una “ferita che continua a bruciare” in paese e ha spiegato quanto fatto nelle bonifiche. Cavagnolo, come Casale Monferrato, hanno fatto enormi passi avanti nella rimozione di manufatti di amianto ma “nei luoghi non segnati dalle morti come i nostri Comuni, c’è mancanza di consapevolezza che l’amianto va tolto, dev’essere bandito completamente creando le condizioni perché questo accada”. Nicola Pondrano, ex lavoratore all’Eternit e sindacalista, ha raccontato la sua esperienze e l’impegno ormai cinquantennale.
“Invochiamo giustizia, non smetteremo di chiederla”,
ha affermato, assicurando che “la battaglia continua, per dare tutele a chi nel nostro Paese non ne ha”.
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