Mentre in molti continuiamo a pregare per la pace, di cui tutti i popoli sentono il bisogno, e continuano in diversa misura e con differenti atteggiamenti le richieste di negoziati o le manifestazioni contro qualche guerrafondaio (es. Netanyahu; ma non contro tutti, es. Putin), stiamo assistendo ad una sorta di ribaltamento di fronti, purtroppo sempre nella logica della forza, ma a parti invertite: intesa – si potrebbe dire, parafrasando in modo improprio ma curioso il motto del Festival Biblico di quest’anno, che si conclude a Chioggia in questi giorni: “il potere del limite” – come “la rivalsa dei piccoli”. Nel senso che, laddove si pensa che non ci siano limiti al potere, anzi allo strapotere delle grandi potenze militari, sono le nazioni minori, aggredite, a imporre la propria resilienza smascherando la presunzione dell’altrui potere senza limiti. Eclatante è stato ed è il caso dell’Iran – la cui governance teocratica, fanatica antipopolare e criminale, è riuscita però ad umiliare e a costringere a trattative la superpotenza mondiale degli USA, impersonata da un tycoon tracotante, e la superpotenza regionale di Israele, impersonata da un premier senza più scrupoli all’avvicinarsi delle elezioni d’autunno. Non meno sorprendente è quello dell’Ucraina che resiste alla sconsiderata e velleitaria aggressione putiniana da oltre 1550 giorni, giungendo in quest’ultima fase, con una serie di blitz e addirittura riconquistando qualche chilometro quadrato di territorio, ad umiliare l’orso russo che, pur sapendo di poter contare sulle armi più sofisticate e letali facendone sfoggio parzialmente, si vede sulle difensive, mentre l’economia annaspa e il consenso traballa. Su quest’ultimo caso vorremmo soffermarci. Prima di tutto per suggerire qualche ripensamento ai teorici della resa incondizionata come via obbligata per Zelensky, che non aveva “carte”, e per l’intera Ucraina che avrebbe dovuto (o che ancora dovrebbe, secondo alcuni…) sacrificarsi sull’altare di una pace ingiusta, finta e menomante, per un malinteso “bene dell’umanità” che possa risparmiare guai peggiori.
Non è certo consolante che il protrarsi della guerra moltiplichi distruzione e morte, allargandone anzi il cerchio fino al cuore della Russia stessa per una catena di conseguenze ormai intrecciate in una serie di rappresaglie da una parte e dall’altra. Il leader di Kiev – tacciato di nazismo – ha persino potuto prendersi il lusso di garantire tre giorni di tregua, intorno al 9 maggio, perché il nemico potesse celebrare a Mosca, pur in tono minore, i fasti di un’antica vittoria antinazista. E da mesi ormai l’Ucraina fa da maestra in buona parte del mondo alla nuova macabra musica della guerra dei droni. Il neoministro della difesa sarebbe giunto addirittura a pianificare un numero maggiore di vittime tra le file russe per imporre a sua volta – in questo caso, appunto, a parti invertite -, la legge del più forte, almeno nella sua specializzazione. Fatto sta che la nazione più piccola e più debole, meno numerosa, meno quotata, più allo sbaraglio, sta in qualche modo anch’essa dettando legge a quella più grande, più quotata, più supportata (da Cina, Corea del Nord, Iran e …persino dagli USA). Qualcuno parla di “guerre asimmetriche” e c’è chi suggerisce di applicare questo paradigma anche a Taiwan, che avrebbe le sue buone carte tecnologiche (i chips!) e geografiche (il suo stretto!) da giocare contro un eventuale attacco della superpotenza di Pechino che, con il tacito avallo di Washington, va moltiplicando le sue brame sull’isola.
Il bilancio di questo ragionamento, da una parte, fa capire, in positivo, che anche i “piccoli” possono difendersi se non addirittura dare scacco ai grandi; dall’altra conferma tristemente il trend verso una lotta senza quartiere (qui come altrove), nella quale sta cacciandosi l’umanità. Aggiungiamoci le potenzialità anche belliche dell’Intelligenza artificiale, stigmatizzate ancora una volta nell’enciclica del papa, appena uscita, e abbiamo il quadro più desolante possibile se non c’è qualche freno o una qualche resipiscenza che faccia tornare indietro dal precipizio. La “Magnifica Humanitas” di Leone XIV indica la strada per l’unico tragitto che potrebbe salvare l’umanità e vorremmo tanto che lo seguissero quanti contano davvero. Il Festival Biblico, di cui ci onoriamo di concludere la 22.ma edizione nella nostra città, suggerisce di fare perno sui “limiti” per ribaltarli in “potere”, ma non certo per ampliare o accentuare violenze e discriminazioni, bensì per una visione più serena e autentica di umanità che si rende conto della sua innata fragilità e non pretende di assurgere a maestra assoluta del bello, del vero e del giusto, già indicati ad ogni uomo da un Altro.
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