L’invecchiamento progressivo della popolazione mondiale impone una rinnovata attenzione alle esigenze e ai bisogni degli anziani, per i quali, accanto a piani di assistenza, servono progetti di esistenza, cioè progetti per farli vivere in pienezza. Occorre fare in modo che ognuno sia parte attiva del proprio contesto di vita e si consideri parte di una comunità che sa prendersi cura di chi è nel bisogno. Da un Paese con una popolazione ancora piuttosto giovane come il Venezuela, oggi in una situazione particolarmente critica, arriva un’iniziativa interessante. Ne abbiamo parlato con l’ing. Alejandro Marius, presidente dell’associazione Trabajo y Persona.
Da quale contesto nasce il progetto Cuidadores 360 e quale bisogno intende affrontare?
Nel cuore delle nostre comunità, oggi, il silenzio è diventato un ospite ricorrente nelle case di coloro che ieri ci guidavano con la loro saggezza. I profondi cambiamenti nel tessuto sociale e le trasformazioni demografiche degli ultimi anni hanno lasciato una parte importante della nostra popolazione in una situazione di silenziosa vulnerabilità. Di fronte a questo scenario sorge una domanda che interpella tutta la società: chi si prende cura di coloro che hanno dedicato la loro vita a prendersi cura di noi? La risposta non è solo una questione di carità, ma un invito a riscoprire la dignità della persona attraverso il lavoro del badante, del cuidador.
Quando nasce concretamente il programma Cuidadores 360 e con quale impostazione?
Il programma Cuidadores 360 nasce nel 2018 come risposta necessaria in tempi di incertezza, segnati dalla grande emigrazione venezuelana. Non si tratta semplicemente di un programma educativo, ma di una proposta integrale, nella consapevolezza che la cura degli anziani richiede una visione globale della persona. Nelle nostre aule la conoscenza tecnica si intreccia con lo sviluppo umano, permettendo a chi intraprende questa professione di farlo non solo come fonte di reddito, ma come una vera e propria vocazione di servizio. È un modo per salvare gli anziani dall’oblio e dalla solitudine forzata. Questo approccio incarna la sintesi tra scienza e carità testimoniata dai nostri nuovi santi, José Gregorio Hernández e madre Carmen Rendiles, le cui canonizzazioni nel 2025 hanno riacceso una forte speranza nel popolo venezuelano.
Un elemento centrale del progetto sembra essere il lavoro in rete. Quanto sono importanti le alleanze?
Uno dei pilastri fondamentali di quest’opera è la convinzione che nessuno possa affrontare da solo le grandi sfide sociali. Grazie all’esperienza dell’associazione Trabajo y Persona nel settore della formazione e dell’assistenza agli anziani e al sostegno della Conferenza episcopale italiana, sotto la leadership dell’arcidiocesi di Caracas, è stata creata una rete di collaborazione senza precedenti. A questo sforzo si sono unite l’arcidiocesi di Mérida e Valencia e, più recentemente, la diocesi di Petare. Anche altre hanno manifestato il desiderio di partecipare.
Il progetto coinvolge anche il mondo accademico e altri attori della società civile. In che modo?
Questa sinergia non si limita all’ambito ecclesiastico e sociale, ma si estende anche al settore accademico e al terzo settore. Il sostegno di università pubbliche e private di primo livello eleva la formazione a un livello di eccellenza professionale. Il riconoscimento formale delle competenze degli assistenti da parte del mondo accademico certifica il valore intellettuale ed etico di un mestiere che storicamente è stato invisibile, fornendo ai laureati gli strumenti per inserirsi con orgoglio nel mondo del lavoro. Anche la partecipazione dei pompieri delle diverse località e di altre associazioni del settore per la formazione in materia di sicurezza contribuisce a rendere la proposta multisettoriale di altissimo livello. Questa rete non è solo una struttura logistica, ma un esempio concreto di “amicizia sociale” e di “diversità riconciliata”, dove settori diversi collaborano come ponti per il bene comune, superando le frammentazioni.
Un aspetto originale è la figura dei “Cuidadores Comunitarios”. Come funziona questo modello?
L’originalità del modello risiede nella sua capacità di moltiplicarsi. I Cuidadores 360 non solo vengono formati per offrire i loro servizi come professionisti certificati, ma diventano anche maestri e moltiplicatori di speranza. Una parte essenziale della loro preparazione consiste nell’imparare a trasmettere ad altri ciò che hanno appreso, dando vita alla figura del “cuidador comunitario” nelle parrocchie. È qui che il progetto raggiunge la sua massima profondità missionaria. Mentre il Cuidador 360 trova un’opportunità di lavoro sostenibile, il “cuidador comunitario”, formato dai propri vicini, rappresenta la mano tesa della comunità verso quelle famiglie che non dispongono di risorse. Sono questi volontari che, all’interno delle parrocchie e dei quartieri, sostengono i familiari oppressi dal peso dell’assistenza, assicurando che nessun anziano si senta un peso o venga abbandonato alla propria sorte. È un sistema che democratizza la conoscenza e la mette al servizio dei più poveri.
In che senso questo progetto esprime una “Chiesa in uscita” e un cammino sinodale?
Questa iniziativa è una manifestazione concreta di ciò che significa essere una “Chiesa in uscita” ed è anche un esempio di lavoro sinodale. Lavorando fianco a fianco, la società civile, le università e le strutture parrocchiali stanno rispondendo a un problema che lacera la coscienza nazionale: l’abbandono e la solitudine degli anziani. L’attenzione agli anziani diventa così un asse portante della missione evangelizzatrice, dove il fare e il pregare si fondono nell’atto di curare una ferita, condividere un pasto o pregare insieme. Il progetto rafforza le fondamenta di una comunità che si riconosce responsabile dei suoi membri più fragili. Promuovendo modelli di sostenibilità, cerchiamo di fare in modo che la cura non sia un evento isolato, ma una cultura che permea ogni località. È un invito a smettere di vedere l’anziano come una persona da scartare, per riscoprirlo come centro di affetti e di diritti, la cui presenza ci umanizza tutti.
Guardando al futuro, quale orizzonte di speranza apre Cuidadores 360 per il Venezuela?
Man mano che il programma si espande e si consolida in nuove regioni, l’impatto va oltre le case di cura o gli ambulatori parrocchiali. Si sta verificando un vero cambiamento di paradigma: il lavoro ben fatto, la formazione rigorosa e la carità organizzata diventano strumenti essenziali per la ricostruzione sociale del Paese. Questo permette ai laureati di sentirsi veri protagonisti del futuro della loro terra. Cuidadores 360 ci ricorda che, in mezzo alle avversità, la collaborazione tra i diversi settori della vita nazionale può offrire risposte reali e durature. È un progetto che insegna che prendersi cura dell’altro è, in ultima analisi, la forma più elevata di lavoro e il modo più fedele per annunciare che nessuno è solo.