Cosa si intende per soft power? È il potere dolce di chi lustra la propria immagine ospitando eventi planetari di sport, spettacolo e cultura. Dichiarando: “Noi abbiamo forza economica, organizzativa, creativa. Siamo leader nella nostra area, venite a investire, a fare turismo e magari anche a viverci”. Sottintendendo: “Siamo democratici” e non sempre è così. L’organizzazione di eventi di rilevanza mondiale, come quello calcistico avviato negli Stati Uniti, Messico e Canada, non è più il capriccio di un monarca o il narcisismo di un presidente eletto. Non è nemmeno solo il business di reti televisive, costruttori, compagnie aeree ed alberghi, di carte di credito, telefonia o bibite. Non è più “l’oppio dei popoli” per tenere buoni i poveri. E va oltre il business di quei fondi d’investimento stranieri che stanno comprando le società di calcio per fare utili con i clienti/tifosi.
Il soft power è da anni una strategia di geopolitica pianificata a suon di miliardi. Certo, meno cruenta dell’hard power delle armi che vediamo in questi giorni.
Il caso più noto è quello del Qatar, proprietario della principale squadra di calcio francese (Paris Saint-Germain – Psg) vincitrice delle ultime due edizioni della Champions League. Il fondo sovrano Qatar Investment Authority da 15 anni possiede la società parigina, sopportandone alti e bassi sportivi fino agli ultimi primati continentali di club. Ma poco importa per le finanze di una monarchia che ha tutti i poteri interni, ricchissima grazie a petrolio e gas, con poco più di tre milioni di abitanti e molti lavoratori stranieri nella capitale Doha. Senza lo sport e gli investimenti faticherebbe a parlare con i big mondiali vicini e lontani. Così è stato nel 2006 per i Giochi asiatici, nel 2022 per i Mondiali di calcio cui si è aggiunta la candidatura per i Giochi olimpici estivi 2036. Con la stessa logica la piccola penisola nel Golfo Persico (zona in queste settimane sottoposta al potere pesante delle armi) sta costruendo giganteschi musei per ospitare mostre di interesse planetario, puntando ad attività di influenza internazionale anche nella cultura.
Gettando lo sguardo avanti, i Mondiali di calcio 2030 saranno organizzati da Spagna, Portogallo e Marocco anche per dividere le spese organizzative. Il paese nordafricano vuole stabilire il primato di credibilità con i vicini (i rapporti sono pessimi soprattutto con l’Algeria) e per questo sta spendendo miliardi per i nuovi impianti, compreso il nuovo megastadio da 115mila spettatori a Casablanca.
Per far splendere le vetrine esterne si spendono soldi pubblici che servirebbero all’interno (ai Mondiali di calcio in Argentina nel 1978 seguì la bancarotta nel 2000), per garantire la sicurezza agli ospiti si schiacciano le opposizioni. Le voci critiche vengono isolate. “Siamo qui insieme – è l’implicito messaggio – ci stiamo divertendo, tutto funziona, probabilmente faremo affari. Non vorrete rovinare tutto chiedendoci più democrazia e più diritti?”.
Farsi belli con il pallone. La geopolitica del soft power
Scritto il 12/06/2026