Non c’è dubbio, la tenuta delle infrastrutture civili è stata messa alla prova e la sensazione di vulnerabilità ha lasciato in tanti atterriti. L’ondata di attacchi cibernetici coordinati che ha colpito la catena del freddo e la logistica alimentare e farmaceutica in otto Paesi (Belgio, Francia, Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi, Estonia, Svezia e Finlandia) ha riacceso l’allarme e segue, solo in ordine di tempo, i presunti sabotaggi ibridi, le incursioni di droni e le violazioni dello spazio aereo del Vecchio Continente. In questa intervista, Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation (Ndcf), con uno sguardo ancorato alla profondità storica e al rigore analitico, smonta i miti della “guerra ibrida”, analizza i limiti delle offensive digitali e richiama l’Occidente a una visione strategica lucida, lontana dalle isterie mediatiche.
Direttore, come dobbiamo inquadrare l’attacco informatico che ha colpito la catena del freddo?
L’attacco si inserisce nella classica dinamica delle azioni cyber, difficile da attribuire con certezza. Considerare i Paesi colpiti come bersagli di un piano geopolitico mirato con regia a Mosca rischia di essere però fuorviante: l’Irlanda, ad esempio, è un Paese storicamente neutrale e non aderisce alla Nato, mentre mancano all’appello altre nazioni ben più in prima linea, come la Polonia o le altre Repubbliche Baltiche. Spesso la spiegazione più lineare può essere puramente tecnica: gli attaccanti colpiscono dove trovano maggiore vulnerabilità, senza necessariamente seguire una logica strategica perfetta.
Allargando lo sguardo, secondo lei, quali effetti ha prodotto l’attacco sul collocamento occidentale rispetto alla guerra in Ucraina?
Se lo scopo politico era sfarinare la compattezza degli alleati oppure orientare l’opinione pubblica contro il supporto all’Ucraina, l’operazione ha fallito. L’esperienza dimostra che le pressioni cibernetiche non ribaltano la linea dei governi. L’Estonia, paralizzata nel 2007 dal celebre cyberattacco di tre giorni che mandò in tilt l’intero sistema nazionale interconnesso, non solo non ha ammorbidito la propria postura verso Mosca, ma l’ha radicalizzata, diventando la sede del Centro di eccellenza Nato per la difesa cibernetica. La reazione a queste intrusioni produce semmai un irrigidimento, lasciando inalterati gli orientamenti strategici fondamentali.
È dunque così: siamo dentro una “guerra ibrida”?
La definizione di “guerra ibrida” è in larga misura un costrutto analitico occidentale, reso celebre da commentatori come Mark Galeotti prima di essere ampiamente ridimensionato e rettificato. In ambito militare russo non esiste una vera e propria dottrina formale con questo nome: a Mosca si è semplicemente osservato con preoccupazione l’efficacia delle “rivoluzioni colorate”, interpretate come manovre occidentali orchestrate tramite Ong, agitatori e piattaforme informatiche per orientare i Paesi ex-Patto di Varsavia verso la Nato. Gli strumenti impiegati oggi dai russi non sono invenzioni moderne: disinformazione, ingerenza politica, sovversione e sabotaggio a basso costo appartengono al consolidato repertorio sovietico della Guerra Fredda fin dal 1949. L’avvento di Internet ha amplificato la rapidità dei flussi, ma la dinamica di fondo non ci rende formalmente “in guerra”. Equiparare le schermaglie sotto soglia a un conflitto vero e proprio rischia di essere un errore concettuale e giuridico: si tratta di tattiche di disturbo pensate per tenere costantemente sotto tensione l’avversario investendo risorse minime.
Come si neutralizzano efficacemente le interferenze informative e le manovre di destabilizzazione?
L’eccessiva dipendenza dalla tecnologia espone chi la usa a contromisure asimmetriche. Lo dimostrano i movimenti di base, come le proteste studentesche serbe, che per sottrarsi alla manipolazione digitale e alla censura hanno puntato sulla controinformazione diretta e sul radicamento sul territorio, parlando faccia a faccia con i cittadini. È la stessa logica di chi, sapendo che l’avversario domina lo spettro elettromagnetico e cibernetico, torna a metodi arcaici e non intercettabili, come i messaggi cartacei recapitati a mano. Nella dinamica del conflitto vince chi sa alternare l’alta tecnologia a pratiche tradizionali che l’avversario non è più preparato a considerare.
I frequenti allarmi per le violazioni aeree e gli incidenti al confine come andrebbero considerati?
Le violazioni marginali dello spazio aereo o il sorvolo di droni non armati finiti a terra nelle campagne sono episodi di saggio delle difese aeree, prassi consueta durante i decenni di confronto tra blocchi, quando i caccia intercettori erano costantemente in allarme. L’agitazione odierna deriva da una memoria storica corta che trasforma ogni test perimetrale in un casus belli. La storia recente, come l’abbattimento da parte della Turchia di un bombardiere Sukhoi Su-24 di fabbricazione russa rimasto nello spazio aereo per una manciata di secondi, ricorda che la Nato non attiva automaticamente l’articolo 5 per iniziative individuali avventate (24 novembre 2015). Sul piano puramente quantitativo, per capacità industriale, tecnologica e demografica l’Europa integrata nella Nato sovrasta la Russia, la cui economia di guerra resta dimensionalmente paragonabile a quella di economie medie europee. Il vero limite occidentale risiede nell’incapacità di fare sistema e nella tendenza delle leadership a farsi distrarre da micro-crisi mediatiche.
Nel frattempo, sul campo di battaglia in Ucraina si intravede un orizzonte negoziale. Che effetto hanno questi episodi nelle trattative?
Nelle fasi conclusive di un conflitto prolungato, quando i contendenti registrano un logoramento estremo, scatta sempre una corsa a conquistare posizioni o a creare incidenti per accumulare gettoni da spendere sul fronte diplomatico. I vantaggi strappati sul terreno o nel dominio informativo raramente mantengono però lo stesso valore una volta seduti al tavolo delle trattative. L’esperienza storica italiana dopo la Grande Guerra insegna che le conquiste militari possono scontrarsi con il disinteresse o con i diversi calcoli delle potenze alleate. Le schermaglie cibernetiche e i colpi di coda finali servono a distogliere l’attenzione dei governi e a creare leva negoziale, ma finiscono per appesantire ulteriormente un epilogo già complesso.
Come si collegano queste tensioni al quadro politico internazionale, tra il voto negli Stati Uniti e gli scenari in Medio Oriente?
Il contesto globale resta vincolato ai passaggi elettorali e istituzionali, dove contano unicamente i seggi parlamentari o i grandi elettori effettivi, al di là di sondaggi e proiezioni. Negli Stati Uniti, la contesa per la presidenza si inserisce in una logica di scontro durissimo, in cui la posta in gioco personale e giudiziaria influenza direttamente le strategie politiche e la retorica pubblica. L’impatto di un cambio di amministrazione tende a produrre fratture strutturali e spesso irreversibili nella politica estera americana, dal disimpegno in Afghanistan agli accordi con l’Iran sul nucleare o alle intese commerciali nell’area del Pacifico, lasciando alle leadership successive un margine di manovra ridotto e anni complessi di gestione diplomatica. La stessa commistione tra politica spettacolo, promesse iperboliche e uscite surreali non fa che confermare la metamorfosi dell’arena politica globale verso stili e personalismi che ricordano da vicino modelli ben noti della recente storia politica nostrana.