Papa a Lampedusa. Pastorale migratoria Sicilia, “occorre accompagnare le comunità attraverso una pedagogia dell’incontro”

Scritto il 02/07/2026
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In vista della visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, la redazione di Agorà Spazio Migrante(S) ha dialogato con il direttore dell’Ufficio regionale per le Migrazioni della Conferenza episcopale siciliana, raccogliendo la sua riflessione sul Mediterraneo, sulla missione della Chiesa e sul coraggio necessario per restituire un volto, una voce e una storia alle persone migranti.

Direttore, lei sostiene da sempre il progetto Agorà e l’urgenza di una nuova narrazione del fenomeno migratorio. Come può una comunicazione autentica aiutare le comunità parrocchiali a passare dalla paura all’accoglienza?

Una nuova narrazione non deve addolcire la realtà, ma restituirla nella sua interezza. Troppo spesso le persone migranti diventano numeri, categorie o strumenti di contrapposizione politica. Agorà può compiere l’operazione opposta: coniugare il rigore dei dati con l’ascolto delle storie, restituendo un volto e una voce a chi rischia di rimanere invisibile. Nel 2011, a Lampedusa, abbiamo imparato che le situazioni più complesse non si affrontano alimentando l’allarme, ma costruendo relazioni e responsabilità condivise. Per un cristiano, accogliere non significa aderire a una posizione ideologica: significa riconoscere nel volto dello straniero una domanda che il Vangelo rivolge alla nostra fede.

Nelle comunità parrocchiali sono presenti talvolta indifferenza, timore e polarizzazione. Come può la Chiesa siciliana esercitare la propria funzione pedagogica e affrontare queste resistenze?

La paura non si supera con il rimprovero o con appelli moralistici. Occorre accompagnare le comunità attraverso una pedagogia dell’incontro, facendo conoscere le persone, le loro storie e le cause che le hanno costrette a partire. Servono formazione, testimonianze, occasioni di condivisione e un coinvolgimento concreto delle parrocchie. L’accoglienza non può essere delegata esclusivamente alla Caritas, alla Migrantes o a pochi volontari particolarmente sensibili: riguarda l’intera comunità cristiana. Il migrante non è soltanto destinatario della nostra solidarietà, ma una persona che porta doni, domande e una storia. Una parrocchia custodisce la propria identità cristiana non quando si chiude, ma quando impara a vivere l’ospitalità come espressione della propria fedeltà al Vangelo.

Quale legame unisce le parole pronunciate da Papa Leone XIV alle Canarie alla prossima visita a Lampedusa? E come interpellano l’Ufficio regionale per le Migrazioni della CESi?

Le Canarie e le Pelagie sono unite da una medesima domanda rivolta alla coscienza europea: quale valore riconosciamo alla vita di chi è costretto ad attraversare il mare? Nel porto di Arguineguín il Papa ha ricordato che l’accoglienza non può essere qualcosa di secondario né essere affidata soltanto ad alcuni volontari. La visita a Lampedusa prosegue idealmente questo magistero e chiede anche alle Chiese di Sicilia di non limitarsi alla denuncia. Come Ufficio regionale siamo chiamati ad accompagnare le diocesi, formare le comunità, rafforzare le reti territoriali e dialogare con le istituzioni. Occorre promuovere vie legali e sicure, tutela delle persone vulnerabili e autentici percorsi di integrazione. La visita del Papa sarà soprattutto un esame di coscienza e un invito alla responsabilità.

Quale ruolo può svolgere il progetto Agorà nella costruzione di una nuova narrazione delle migrazioni? Quale coraggio è richiesto oggi a un giovane che vuole fare informazione?

Agorà è importante perché dimostra che sulle migrazioni è possibile raccontare senza cedere né al pietismo né alla retorica della minaccia. Il giornalismo svolge una funzione pastorale quando serve la verità, non quando diventa propaganda religiosa. Ai giovani è richiesto anzitutto il coraggio della complessità: verificare le fonti, conoscere i fenomeni, scegliere con attenzione le parole e non ridurre le persone alla loro condizione di migranti. Serve anche il coraggio di non inseguire il consenso immediato o il linguaggio aggressivo che domina spesso i social. Una comunicazione autenticamente profetica non grida più forte degli altri: vede ciò che altri ignorano, ascolta chi non ha voce e restituisce dignità senza nascondere i problemi.

La Sicilia è insieme terra di approdo e terra dalla quale molti giovani continuano a partire. Quale parola può rivolgere, dal Mediterraneo, alle istituzioni e alla Chiesa europea?

La Sicilia conosce contemporaneamente l’esperienza di chi arriva e quella di chi è costretto a partire. Questa duplice condizione dovrebbe renderci particolarmente capaci di comprendere che dietro ogni migrazione vi sono speranze, ferite e diritti. All’Europa chiediamo anzitutto coerenza: non si può proclamare la centralità della dignità umana e, nello stesso tempo, tollerare che l’accesso alla protezione dipenda da viaggi affidati ai trafficanti. Anche la Chiesa deve interrogarsi sulla propria capacità di essere realmente prossima. La profezia non consiste in uno slogan, ma in scelte concrete: salvare le vite, creare vie sicure, accompagnare l’integrazione e intervenire sulle cause delle partenze. Il Mediterraneo può tornare a essere spazio di incontro soltanto assumendo insieme questa responsabilità.

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