La poesia entra sempre meno nei programmi di grandi e piccoli editori, ed invece è uno dei sentieri che porterebbero -se la cultura dominante non ce lo nascondesse- al senso del viaggio, perché, come spiega l’etimo stesso della parola, è un fare reale, un operare, uno scrivere, un dire e un comunicare qualcosa che solo l’arte vera può. E questo “Un arazzo di fili preziosi” (Fuorilinea, 152 pagine, 15 euro), di Stefania Santi rappresenta un cammino di reale compagnia, quella di un qualcuno che incontri per strada, così all’improvviso, con cui scambi due parole, che però ti confortano e ti ritornano in mente anche nel dopo. Un po’ come accade ad Emmaus, e in effetti quell’episodio rivela la bellezza profonda di un incontro che diventa altro che tempo e spazio.
Il riferimento all’episodio narrato da Luca non è un azzardo irriguardoso, perchè questo arazzo, fin dal titolo, ci riporta verso la manifestazione epifanica del divino, attraverso, ancora una volta, un cammino in cui il sacro riappare nell’icona, ma anche in un celebre quadro di Antonello da Messina, con una Annunciata che mai era stata rivelata ai lettori con queste parole, e non è un caso che Santi sia anche un’artista specialista in immagini sacre: “Un lieve sorriso accenna un sussurro/ mentre si volge ad ascoltare il bando./ (…) la mano solleva e respinge lo spazio/ tiene a distanza lo sguardo indiscreto: ‘Non mi toccare,/ la grazia compie il supremo mistero’”.
Quella mano che si solleva e respinge è uno dei passaggi più suggestivi della poesia italiana di questi tempi, perché coglie il senso di una icona che si emancipa per un attimo dalla sua apparente staticità per vincere l’apparenza esteriore, lo sguardo indagatore, e tornare all’essenza. L’attualizzazione, se vogliamo, delle convinzioni di Pavel Forenskij e dell’altro Pavel, Evdokimov, che attribuivano all’icona la sostanza indicibile della vera arte sacra: la sospensione delle illusioni prospettiche per un ritorno all’essenza di uno sguardo che riporta al prima dello spazio-tempo.
Una poesia che nella sua semplicità apparente, -così come l’icona-, ci accompagna verso il riconoscimento di quello che abbiamo davvero e che non sappiamo di avere, come una casa semplice e che però è “fatta di progetti e sacrifici più che di mattoni,/ fatta di lavoro e di amore più che di cemento”, che riassume in poche parole l’essenza di un rapporto affettivo sempre più scambiato per soldi e carriera, in nuove zone edilizie che abbattono boschi e sotterrano le acque.
“Un arazzo di fili preziosi” riesce a fondere poesia e religione, nel senso più proprio del termine, di nuovo legame, in un tutt’uno: non può essere essere catalogato come unicamente fideistico, perché questa fede è dentro la vita, immersa in essa, nel vivere quotidiano, nel desiderio spesso inconscio di tornare all’eden perduto dell’antico cortile d’infanzia, ad un cosmo visto come liturgia divina, al ricordarsi di essere creatura, e come tale recuperare la vera essenza della francescana fraternità con la creazione.
Un ritorno all’innocenza, come cantavano un tempo gli Enigma, attraverso i colori e le forme della grande, sacra, danza della vita.
Poesia come rivelazione d’assoluto
Scritto il 06/11/2026