È concepibile la speranza di custodire una magnifica umanità nonostante gli inganni dell’IA e le derive socio-culturali di un’attualità che dovrebbe invece imparare a coltivare l’intelligenza del cuore? La risposta, concreta, arriva dal congresso internazionale “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”, che si è svolto dal 16 al 18 ottobre nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tre giorni di alto livello scientifico, quattro sessioni interdisciplinari e 300 partecipanti dall’Italia e dall’estero (Filippine, Brasile e Usa, solo per citarne alcuni) hanno fatto dei lavori un evento accademico capace di promuovere con ancora più determinazione i valori che possono invertire la rotta sul tema della procreazione naturale.
Tra ipertecnologia e cultura dello scarto. È emerso in particolare dal panel di chiusura, “Custodire l’umano tra ipertecnologia e cultura dello scarto”. Il filosofo Alessio Musio ha spiegato lo slittamento dalla generazione umana alla produzione della vita, con il baricentro che si sposta dal diritto del figlio come dono al desiderio del genitore come “ordinante”. Da aiuto alle coppie che faticano a concepire, la tecnica finisce per sovrastare la scena, trasfigurando lo stesso vissuto umano del “dare la vita”, atto che esce dalla coniugalità per diventare procedura di laboratorio, come ha osservato mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Inevitabile la conseguenza: casi estremi in cui la genitorialità perde i suoi connotati umani per diventare soddisfazione di un presunto “diritto al figlio sano”, come ha mostrato il magistrato di Cassazione Luisa de Renzis con un’impressionante sequenza di vicende approdate nelle aule giudiziarie.
Amato: no all’utero artificiale. Anche Giuliano Amato, presidente della Fondazione Cortile dei Gentili e già presidente della Corte costituzionale, si è interrogato sull’identità umana quando la tecnica si sostituisce alla capacità generativa della coppia: se il figlio è frutto di una studiata selezione, viene meno la stessa idea di vita umana come la conosciamo. E alla deriva dell’utero artificiale, conseguenza dell’artificializzazione del generare, il giurista invita a opporre un netto rifiuto: il figlio, che con la madre stabilisce per nove mesi un legame unico e determinante, dovrà forse relazionarsi con una macchina? In questo scenario l’intelligenza artificiale celebra il paradigma dell’utilità, dell’efficienza, della redditività: una negazione radicale della nostra umanità, secondo il bioeticista padre Alberto Carrara.
Restituire alla procreazione il suo codice. All’Isi-Paolo VI si lavora proprio per restituire alla procreazione il suo codice insostituibile, con il senso dell’attesa, del limite, dell’imperfezione. Ne ha parlato Maria Luisa Di Pietro, che all’Università Cattolica dirige il Centro di ricerca e studi sulla salute procreativa, in una tavola rotonda ricca di indicazioni concrete per i social media, la politica e l’impegno civico. “La scienza si pone in concreto aiuto nei confronti delle coppie che aspirano a poter ottenere una gravidanza – ha spiegato a margine dei lavori il prof. Tullio Ghi, direttore dell’Istituto scientifico internazionale Paolo VI –. L’aspetto fondamentale è che il percorso di avvicinamento e coronamento di questo sogno tenga sempre conto di ogni straordinaria caratteristica dell’umano, incluse le fragilità e le imperfezioni, senza passare per scorciatoie di altro genere”.
Quattro verbi per il futuro. A mons. Claudio Giuliodori, presidente dell’Isi-Paolo VI, sono spettate le conclusioni, incentrate su quattro verbi: contemplare, ricercare, formare, accompagnare. “Contemplare la vita nel suo mistero più profondo – ha affermato –, conoscendo sempre meglio attraverso la scienza i processi biologici e umani che ne consentono l’inizio e lo sviluppo”; ricercare “le risposte più appropriate per custodire la fertilità e curare l’infertilità”, nel rispetto “dei diritti, spesso misconosciuti, di ogni creatura fin dal concepimento”; formare per aiutare soprattutto le nuove generazioni “a non cadere nella trappola del tutto e subito”; accompagnare le coppie “a coronare il loro desiderio di genitorialità seguendo le vie naturali”.
La sera precedente l’associazione Donum Vitae aveva consegnato il premio per la pastorale della vita intitolato al card. Elio Sgreccia a Francesco Ognibene, coordinatore di “È vita”, per aver contribuito con la sua attività giornalistica ad Avvenire “alla promozione e alla tutela della vita umana attraverso una comunicazione efficace e molto ben documentata”.