Alla vigilia della storica visita di Papa Leone XIV, abbiamo raccolto la testimonianza di Karina Domínguez, direttrice generale e anima della Fundación Fiorire, ispirata dal cammino con sua figlia Chiara. Una realtà che accoglie i bambini con disabilità neuromotorie: “Nelle loro fragilità, la bellezza che cura”. L’attesa per l’arrivo di Papa Leone XIV.
Dottoressa Domínguez, la Fundación Fiorire nasce nel 2014 da una spinta profondamente personale. In che modo l’amore per sua figlia Chiara è diventato servizio per tantissime altre famiglie argentine?
Credo che l’amore abbia una capacità straordinaria: quella di trasformare una crisi in un’opportunità.
E l’amore per Chiara è stato il punto di partenza di questo cammino. Quando l’amore riesce ad andare oltre ciò che è nostro, un’esperienza che sembrava esclusivamente personale può diventare un’opportunità per accompagnare altre famiglie, condividere un cammino e costruire qualcosa che vada oltre la nostra stessa storia. È così che l’amore per Chiara ha iniziato a trasformarsi in un servizio per tanti altri bambini, giovani e famiglie, dando vita alla Fundación Fiorire.
Fiorire è una parola italiana. Perché avete scelto proprio questo nome?
Come famiglia di origine italiana, abbiamo scelto Fiorire che ha sinonimi come crescere, sviluppare, aprire, brillare, dispiegare le proprie capacità. Ed è ciò che facciamo in Fiorire con i nostri bambini e giovani.
Fiorire non è solamente il nome di una fondazione. È anche un modo di guardare l’essere umano.
Nel vostro Centro di Martínez coniugate un’altissima specializzazione riabilitativa a una profonda sensibilità pedagogica. In che modo la fondazione si fa scudo anche per le famiglie e coinvolge le comunità per evitare che la cura si trasformi in solitudine domestica?
Principalmente ci prendiamo cura dell’ambiente affettivo, della vita familiare, dei legami, del contatto con la natura, delle opportunità di partecipazione e della dimensione spirituale di ogni persona.
Non possiamo pensare alla riabilitazione come a un processo isolato dalla vita. Una persona è qualcuno che appartiene a una famiglia, che stabilisce legami, che ha una storia, desideri e un modo singolare di stare al mondo. Ed è per questo che la rete creata con ogni Famiglia di Fiorire è un pilastro imprescindibile per farne parte.
In questo senso, troviamo un’ispirazione molto importante nella concezione cristiana della comunità. San Paolo utilizza un’immagine molto bella quando parla della comunità come di un corpo formato da molte membra. Ognuna ha una funzione diversa, ma tutte sono necessarie e ciò che accade a una riguarda le altre.
(Foto Fundación Fiorire)
L’Argentina sta attraversando da anni una complessa situazione socio-economica. Riuscite comunque a garantire che il diritto alla riabilitazione resti accessibile a tutti, senza che nessuno venga scartato per motivi economici?
La situazione socioeconomica del nostro Paese ci pone – costantemente – di fronte a sfide molto importanti, soprattutto quando parliamo di disabilità, riabilitazione e assistenza continuativa nel tempo. C’è una distinzione fondamentale che dobbiamo mantenere:
la riabilitazione è un diritto, non un privilegio riservato a chi dispone di maggiori risorse economiche. L’inclusione richiede un impegno condiviso tra lo Stato, le istituzioni, i professionisti, le organizzazioni sociali e la comunità.
Per questo riteniamo indispensabile continuare a costruire alternative che consentano di ampliare le opportunità di accesso e sostenere i percorsi di riabilitazione, oltre le 60 famiglie che attualmente partecipano a Fiorire.
La Chiesa in Argentina ha sempre cercato di accogliere e valorizzare ogni persona, a partire dai più esclusi. Dal punto di vista della vostra realtà, quali sono gli ostacoli maggiori?
Uno degli ostacoli più importanti come società, è che ancora ci costa costruire una comunità in cui l’inclusione sia un’esperienza quotidiana e non soltanto una dichiarazione di principi.
Quando una società valorizza principalmente l’indipendenza, il rendimento o l’efficienza, corre il rischio di lasciare ai margini coloro che hanno bisogno di altri tempi, altri sostegni o diverse forme di partecipazione. La tradizione cristiana ci offre una prospettiva diversa. Ci ricorda che la dignità di una persona non dipende da ciò che può produrre, dalla sua autonomia né dalla sua utilità per gli altri.
Credo che una delle grandi sfide sia trasformare questa convinzione in pratiche concrete. Aprire alla comunità l’interazione con i nostri bambini e giovani, conoscere le barriere che le famiglie si trovano ad affrontare, intuire le possibilità al di là dei loro limiti.In questo senso, il lavoro insieme a organizzazioni come Caritas ci ricorda l’importanza di costruire reti e di comprendere che i bisogni umani non possono essere affrontati in modo frammentato. Forse la sfida più grande è smettere di pensare che esistano persone che appartengono naturalmente alla comunità ed altre a cui dobbiamo fare spazio.
Papa Francesco, suo connazionale, parlava spesso della “cultura dell’incontro” contro la “cultura dello scarto”. Leone XIV, nel solco del magistero dell’accoglienza, ha sempre posto al centro le “pietre scartate”. Cosa sperate che la sua visita possa seminare nel tessuto sociale del Paese?
Papa Francesco, nel recente Giubileo delle Persone con disabilità, al quale abbiamo partecipato con orgoglio, ha annunciato alcuni principi fondamentali che per noi rappresentano dei pilastri. Ha affrontato con fermezza il tema dell’autonomia e dei diritti delle persone con disabilità.
Papa Leone XIV non solo ha mantenuto questa visione trasformativa, ma l’ha approfondita con un modello che valorizza la volontà e l’autonomia della persona. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale in seguito al recente intervento chirurgico ai polmoni, ha riflettuto davanti ai fedeli in piazza San Pietro su come la fragilità fisica unisca la comunità, facendole “sentire in modo particolare la vicinanza a coloro che stanno attraversando una malattia o una situazione di disabilità”. In breve, Papa Leone XIV – come Francesco – riconosce le persone con disabilità come protagonisti con piena dignità e diritti, capaci di guidare la propria vita in modo autonomo sia nella società che all’interno della Chiesa.
Tutte le persone che accogliete hanno qualcosa di unico da dare alla comunità. Ma c’è una storia, un particolare incontro che nel tempo è diventato risorsa e insegnamento prezioso per tutti voi, terapisti, famiglie e volontari?
Credo che una delle lezioni più importanti di questi anni sia stata la scoperta che le relazioni di cura non sono mai completamente a senso unico. A volte pensiamo che ci sia qualcuno con un bisogno e qualcun altro con le conoscenze o le risorse per soddisfarlo. E, naturalmente, nel lavoro di riabilitazione ci sono responsabilità professionali, conoscenze specifiche e trattamenti che richiedono una preparazione rigorosa. Ma quando la connessione umana è autentica, accade sempre qualcosa di più. Anche chi accompagna, impara. Anche chi si prende cura, viene trasformato dall’esperienza della cura. I bambini e le famiglie che fanno parte di Fiorire ci insegnano costantemente che ci sono molti modi di comunicare, di costruire relazioni, di esprimere affetto, di partecipare e di trovare gioia. A volte un gesto che può sembrare piccolo dall’esterno, rappresenta un enorme traguardo. Altre volte, la cosa più significativa non è un risultato terapeutico, ma una relazione che si costruisce, la fiducia che emerge o la possibilità di sentirsi compresi da un altro. Forse una delle lezioni più preziose che Fiorire ci lascia è proprio questa: comprendere che
l’incontro con l’altro non si limita a ciò che possiamo fare per lui. Comprende anche tutto ciò che questo incontro può risvegliare, espandere e trasformare dentro e intorno a noi.
The post Leone XIV in Argentina. Domínguez (Fundación Fiorire): “L’amore ha la capacità di trasformare una crisi in un’opportunità” first appeared on AgenSIR.