È banalmente – se così si può dire – l’assenza d’acqua corrente a fare la differenza tra la vita e la morte in Centrafrica. L’epidemia di colera nei distretti sanitari di Bimbo e Mbaïki, a sud-ovest di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, colpisce i più vulnerabili, in particolare le comunità di Boukassi e Mongoumba, dove “la gente beve l’acqua del fiume poiché mancano i pozzi”.
Lungo il fiume. “Il fiume è all’origine dell’epidemia a causa dei detriti animali e anche perché si lavano i panni e le stoviglie nel fiume e lì si fa anche il bagno”, conferma al telefono dalla “zona rossa” colpita dal colera padre Beniamino Gusmeroli, missionario Betharramita. Il quale ha sotto controllo 17 villaggi colpiti dove il colera si è diffuso molto rapidamente. Nella capitale Bangui, al contrario, tutto appare tranquillo:
“Le zone colpite si trovano non a caso nei villaggi lungo il fiume che passa da Mongoumba e arriva fino a Bangui”,
spiega padre Giorgio Aldegheri, comboniano, che al momento è nella capitale, giunto da Mongoumba. “Non ci sono restrizioni all’aeroporto della capitale, al di là della presa della temperatura per chi arriva – dice –. Ieri ho incontrato la dottoressa Patrizia Emiliani, che qui dirige un piccolo ospedale pediatrico ed è esperta di colera, avendo vissuto situazioni terribili in Angola, anni fa. Lei suggerisce molta precauzione, oltre ad assumere un tipo di antibiotico che serve per le infezioni batteriche”. Medicina che nei miseri centri sanitari dell’ovest del Paese manca. Così come mancano i pozzi d’acqua.
Nuovi casi. Ancora una volta, nell’Africa continentale alle prese con la guerriglia e una totale carenza di igiene (accentuata dal gran caldo), cui si aggiunge l’assenza di infrastrutture idriche, le epidemie si trasmettono rapidamente. Anche quelle curabili diventano un ostacolo insormontabile. Lo sa bene padre Beniamino Gusmeroli che racconta nei dettagli a Popoli e Missione come stanno affrontando il caos. “Torno da una riunione con tutto lo staff della circoscrizione sanitaria di Bimbo che si occupa dell’emergenza nei villaggi sul fiume. I sanitari confermano che ci sono ancora nuovi casi qui, così come dall’altra parte del fiume nella Repubblica del Congo. In tutti i nostri villaggi sono oltre 300 gli ammalati, alcuni più gravi, altri meno”.
(Foto Gusmeroli)
Censimento malati. “I malati più gravi sono raccolti in tre centri creati appositamente, gli altri sono seguiti a domicilio – precisa Gusmeroli –. Il problema è la mancanza di precauzioni da parte delle famiglie”. Oggi è prevista “una grande riunione con tutti i capi villaggio della zona e il personale sanitario di ogni villaggio. Poi io scriverò nei dettagli un progetto con un cronogramma delle attività e dei costi: daremo mandato ai capi villaggio e al personale sanitario di fare il censimento delle famiglie con malati e persone anziane a carico”.
“Abituati a soffrire”. Una volta ottenuti i fondi, inizierà la distribuzione dei kit per un totale di almeno 1.200 famiglie, ognuno dei quali prevede 5 kg di riso, 2 kg di zucchero, 1 kg di sale 1,5 o 2 litri di olio e alcuni saponi. Un abisso separa la capitale dai villaggi: la paura che serpeggia nelle zone colpite non viene percepita in città, come conferma padre Giorgio. “In città circoliamo tranquillamente e un confratello con alcuni volontari sono arrivati proprio ieri da Mongoumba senza problemi, passando per Mbaiki, una delle zone che presenta alcuni casi”.
“La gente è abituata a soffrire qui da noi”, dice il comboniano.
Più a ovest le cose sono completamente diverse: “Ho parlato con il medico che segue i villaggi e l’evoluzione dell’epidemia di colera: gli ammalati sono in aumento purtroppo. Così come i decessi”, spiega.
Cordone sanitario. Secondo il ministero della Sanità della Repubblica Centrafricana che ha dichiarato ufficialmente in corso l’epidemia lo scorso 26 giugno, i casi accertati sono circa 200 e i morti 24. “Hanno installato un cordone sanitario e tutte le vie di accesso alla zona rossa sono bloccate: non si può accedere e non si può uscire. Quindi la popolazione è isolata, solo il personale medico e le missioni ufficiali sono autorizzati”.
(*) Popoli e Missione
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