Nessun vincitore certo e nessuna maggioranza definita quando è stato scrutinato il 72,4% delle schede delle elezioni legislative israeliane. Secondo i dati parziali diffusi dalla Commissione elettorale centrale, il blocco favorevole a Benjamin Netanyahu si attesta a 54 seggi, mentre quello guidato da Gadi Eisenkot ne ottiene 48. I partiti arabi raggiungono complessivamente 18 seggi, grazie anche alla crescita di Ra’am. Restano sotto la soglia di sbarramento del 3,25% Reservists (2,7%), People of Israel (1,7%) e Charedi Public (0,2%). Determinante sarà il completamento dello scrutinio, compreso il conteggio dei voti espressi con la “doppia busta”, tra cui quelli dei militari.
Gershon Baskin (Foto Sir)
L’incognita. In attesa dei risultati definitivi, il primo dato politico evidenziato dall’analista e attivista israeliano Gershon Baskin è la difficoltà di tradurre il voto in una maggioranza di governo. “Gli israeliani, cioè gli elettori dell’intera società, ebrei e arabi, hanno votato contro Benjamin Netanyahu e la sua coalizione di destra religiosa”, osserva Baskin in un commento al Sir, riferendosi anche alle indicazioni emerse dagli exit poll della notte elettorale. Secondo l’analista, la vera incognita riguarda la disponibilità delle forze anti-Netanyahu a collaborare con i partiti arabi.
“L’opposizione potrebbe aver vinto politicamente le elezioni, ma restare ugualmente riluttante a utilizzare la maggioranza parlamentare che gli elettori le hanno consegnato”, afferma.
Una questione che, a suo giudizio, va oltre la semplice aritmetica parlamentare e investe direttamente il funzionamento della democrazia israeliana.
Il peso dei 18 seggi arabi. Baskin indica proprio nei 18 seggi conquistati dalle forze arabe uno degli elementi più rilevanti del voto. “I loro rappresentanti hanno la stessa legittimità di qualsiasi altro membro eletto della Knesset”, sottolinea, invitando i partiti ebraici dell’opposizione a considerare una cooperazione parlamentare per costruire un’alternativa all’attuale premier. In questo contesto, un ruolo chiave potrebbe essere svolto da Avigdor Lieberman. “Se ritirasse la sua opposizione a un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai partiti arabi, Gadi Eisenkot potrebbe iniziare immediatamente a costruire un’alternativa di governo”, sostiene l’analista.
Partire dal Parlamento. Anche nel caso in cui la formazione di un nuovo Governo richiedesse tempi lunghi, Baskin ritiene che il cambiamento possa iniziare comunque dal Parlamento. “Non è necessario formare un nuovo governo prima che la nuova Knesset possa iniziare a cambiare la direzione del Paese”, afferma. Una volta insediata, la nuova assemblea potrebbe infatti eleggere un nuovo presidente della Knesset, costituire le commissioni parlamentari e avviare l’attività legislativa indipendentemente dalle trattative per il futuro esecutivo.
Commissione di inchiesta. Tra le priorità indicate da Baskin figurano l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta indipendente sui fallimenti che hanno preceduto gli attacchi del 7 ottobre 2023 e il riesame della riforma giudiziaria promossa dal governo uscente.
“Gli israeliani meritano un’indagine indipendente e autorevole sulla più grave catastrofe della sicurezza nella storia del Paese”, ribadisce.
Per l’analista, tuttavia, un’eventuale sconfitta di Netanyahu non esaurisce le sfide che attendono Israele. “Sconfiggere Netanyahu è necessario, ma non sufficiente.
Israele ha bisogno di una nuova direzione politica,
non semplicemente di un nuovo primo ministro”. Sul tavolo restano infatti i nodi della guerra a Gaza, delle divisioni interne alla società israeliana, della Cisgiordania e dell’assenza di una prospettiva politica condivisa tra israeliani e palestinesi. Con lo scrutinio ancora in corso e senza una maggioranza di 61 seggi all’orizzonte, la fase che si apre appare destinata a essere segnata più dalle trattative politiche che dai numeri provvisori usciti dalle urne. “Gli elettori hanno fatto la loro parte”, conclude Baskin. “Ora spetta ai politici decidere se sono pronti a fare la loro”.