(da New York) Seduti, in piedi, in ginocchio. Con le mani alzate in segno di lode o giunte in profondo ringraziamento, migliaia di persone hanno trasformato domenica un angolo del National Mall di Washington in una tenda di preghiera all’aperto. “Rededicate 250: A National Jubilee of Prayer, Praise & Thanksgiving”, una maratona di otto ore di canti, invocazioni e discorsi, ha voluto “ridedicare” gli Stati Uniti a Dio in vista del 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, il prossimo 4 luglio.
Sul prato che ha ascoltato Martin Luther King pronunciare “I have a dream” e Giovanni Paolo II celebrare la messa nel 1979, si sono alternati pastori evangelici, vescovi cattolici, rabbini e alti funzionari del governo. Il messaggio, ripetuto da molti interventi, è stato chiaro: l’America sarebbe nata da una vocazione religiosa, soprattutto cristiana, e solo tornando a quella radice potrà custodire libertà, democrazia e futuro.
“Diamo il benvenuto a Gesù in questo luogo!”, ha esclamato il pastore evangelico Andy Frank aprendo la manifestazione da un palco bianco e dorato, con colonne che richiamavano l’architettura dei palazzi del governo.
Poco dopo, davanti a una folla di migliaia di persone, il presidente della Camera Mike Johnson, battista del Sud, ha chinato il capo e pregato: “Così come all’inizio abbiamo dedicato questa terra al tuo santissimo nome, oggi, Signore, ridedichiamo gli Stati Uniti d’America come una nazione sotto Dio”.
L’evento è stato promosso da Freedom 250, organizzazione impegnata nelle celebrazioni dell’anniversario dell’indipendenza, in collaborazione con la Casa Bianca e altri rami del governo federale. In un videomessaggio è apparso anche il presidente Donald Trump, con la lettura del passaggio biblico del libro delle Cronache già preparato per la manifestazione “L’America legge la Bibbia”, tenutasi alla fine di aprile. Trump ha citato la promessa di Dio di ascoltare il suo popolo se si umilia e prega, un versetto spesso citato in contesti politici americani. Sono intervenuti, sempre in video, il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi cattolici. “Siamo sempre stati e continuiamo ad essere una nazione di preghiera”, ha detto Vance. Rubio ha parlato di un Paese “plasmato da un ideale cristiano” e ha ricordato gli astronauti dell’Apollo 8 che lessero la Genesi in orbita attorno alla Luna.
Tra le voci cattoliche, il vescovo Robert Barron ha citato l’espressione “sotto Dio” usata da Abraham Lincoln nel discorso di Gettysburg e la Dichiarazione d’indipendenza, con il riferimento ai diritti “dati dal Creatore”.
“Un’America religiosamente vivace è un’America politicamente sana”, ha dichiarato davanti alla folla. In un altro videomessaggio, il card. Timothy Dolan ha ricordato che “in ogni capitolo della storia americana, la fede in Dio è stata la pietra angolare” della grandezza del Paese, richiamando preghiera, famiglia, libertà religiosa, democrazia, sussidiarietà e bene comune.
La liturgia civile e religiosa ha avuto il tono carismatico del culto evangelico, ma anche il linguaggio della battaglia spirituale. Alcuni partecipanti hanno descritto la fede più come uno scontro tra bene e male che come appartenenza denominazionale. Altri hanno parlato di Trump come di un uomo imperfetto, ma usato da Dio contro forze oscure, “globaliste” o legate a un presunto “stato profondo”.
Non sono mancate le contestazioni. Gruppi progressisti e interreligiosi hanno denunciato il rischio di confondere patriottismo, fede e potere politico.
L’Interfaith Alliance ha proiettato sulla National Gallery of Art slogan come “Democrazia, non teocrazia” e “La separazione tra Chiesa e Stato è un bene per entrambi”. Anche Americans United for Separation of Church and State ha accusato l’iniziativa di promuovere il nazionalismo cristiano più che la libertà religiosa. Il Council on American-Islamic Relations ha chiesto un elenco di relatori più rappresentativo della pluralità religiosa americana. Nel cuore simbolico della capitale, “Rededicate 250” ha così mostrato due Americhe che vivono in parallelo: una che vede nella fede cristiana la sorgente dell’identità nazionale; l’altra che teme, proprio in nome della libertà religiosa, la trasformazione della fede in programma politico.
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