80 anni di Repubblica italiana. “I giovani sanno farsi carico della storia e dei valori della Costituzione”

Scritto il 01/06/2026
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“L’anniversario del 2 giugno ci chiede di fare i conti con una memoria viva, che scorre, sottesa alla frenesia quotidiana, nei gesti di tanti ragazzi impegnati ogni giorno a smentire l’ormai logoro cliché dei ‘giovani disinteressati’, divenuto un leitmotiv per gli appartenenti a quella che don Tonino Bello descriveva efficacemente come cultura del lamento”. Rosalba Cucci è nata nel 1993, vive in diocesi di Brindisi-Ostuni e cita – più che opportunamente – il vescovo Tonino Bello. Tra gli animatori del Progetto Policoro, collaboratrice della Pastorale sociale, fa parte del gruppo dei Giovani delle Settimane sociali e di Giustizia e pace. Collabora con Cna occupandosi di orientamento professionale. “La partecipazione attraverso il servizio è stata, e continua tuttora ad essere, il mezzo attraverso il quale i giovani, ma non solo, contribuiscono quotidianamente ad alimentare speranza in contesti di fragilità, sommersi o evidenti che siano. Essi scelgono – aggiunge, interpellata dal Sir – questa via senza farsi schiacciare da un sistema politico spesso percepito come distante da sé, in crisi di rappresentanza e sempre più spettacolarizzato a favore di share o algoritmi”.

(Foto Rosalba Cucci – SIR)

Dare risposte concrete. “Spesso si accusa il volontariato di discontinuità, ma le realtà locali dimostrano il contrario: queste reti trovano in persone motivate, spinte da ideali e non da ideologie, la benzina per seminare speranza. Una democrazia, insomma, che non si misura in visualizzazioni o viralità, bensì sulla capacità di dare risposte concrete lì dove la realtà ci interroga”, prosegue Rosalba. “Anche in questo orizzonte, l’ambito ecclesiale continua ad essere punto di riferimento fondamentale. Il suo valore aggiunto non risiede solo nella solidità valoriale, ma nella capacità di coniugare la motivazione interiore con una formazione di alto livello, sostanziando la generosità quotidiana del mettersi a servizio con una struttura culturale solida”. Quindi precisa: “Nella mia esperienza personale, emerge chiaramente il quid che permette alle iniziative in ambito ecclesiale non solo di emergere, ma anche di durare nel tempo: la centralità assoluta data alla persona e alla comunità. Mentre la società spinge paradossalmente a essere sempre connessi al sicuro nella propria solitudine, l’orizzonte ecclesiale pone al centro le relazioni umane, vere, ottenute con la costanza e la cura”. A suo avviso i giovani sanno “farsi carico della storia”: “Proprio in questo farsi carico credo che i giovani incarnino i principi più alti della nostra Carta costituzionale”.

“Le occasioni non mancano”. Naturalmente, servono luoghi e occasioni “in cui i giovani possano fiorire e posso dire di essere fortunata testimone di numerose realtà – dal livello parrocchiale a quello diocesano a quello nazionale – in cui questo piccolo grande miracolo quotidiano si avvera. Giovani che non aspettano che le cose cambino dall’alto, ma che con una presenza silenziosa e competente curano le ferite delle nostre comunità”. Giovani che con il loro impegno – cita ancora mons. Bello – provano a “organizzare la speranza”. E passa all’esperienza personale: “Lo vivo quotidianamente nella mia diocesi, in cui un giovane come il Servo di Dio Matteo Farina, che ha fatto della sua breve vita un’incredibile parabola del servizio, è per noi esempio e testimonianza; in cui le nostre proposte sono accolte e sostenute, permettendoci di dare vita a momenti di confronto, riflessione, fratellanza ma anche a progettualità concrete”. Osservazione che vale per il livello nazionale, “in cui le occasioni di incontro, di confronto e gli spazi in cui proporre nuove idee non mancano, così come la volontà di ascoltarci e sostenerci nei percorsi che desideriamo intraprendere. Fondamentale in questo ambito è l’esperienza del Progetto Policoro, che offre a tanti giovani una palestra di reale partecipazione”. Dopo ottant’anni “la giovinezza della democrazia continua a ritrovarsi tra le mani di chi scommette sulla bellezza dell’incontro e della responsabilità”.

(Foto Mariasole Maggiolo – SIR)

La democrazia? Un’esperienza. Ventitré anni, studentessa di Psicologia a Padova, Mariasole Maggiolo è incaricata regionale del Movimento studenti di Azione cattolica; in diocesi a Vicenza collabora con l’ufficio di Pastorale per i problemi sociali e il lavoro. Ritiene l’esperienza associativa e il volontariato la sua “palestra di democrazia. Non è un’immagine retorica: sono davvero gli ambiti in cui mi sono allenata a partecipare, a confrontarmi, ad assumere delle responsabilità. E come ogni palestra non si frequenta da soli: c’è chi ti precede, chi ti corregge, chi ti insegna lo stile. Lì ho fatto esperienza di due cose insieme: del fare parte – partecipare veramente, con il peso e la bellezza che comporta – e dell’essere formata, perché un’associazione non ti lascia sola, ti consegna una storia e un modo di stare con gli altri”. In tutto ciò “la democrazia ha smesso di essere per me una parola e ha cominciato a essere un’esperienza”. Per chi è nato decenni dopo il 1946, racconta, “la democrazia rischia di sembrare uno sfondo dato, qualcosa che c’è e basta. In associazione invece la si sperimenta come esperienza quotidiana e la si impara anche attraverso i suoi limiti. Le riunioni lente, la fatica di decidere insieme, i disaccordi da ricomporre: non sono incidenti di percorso, sono la democrazia stessa. È lì che si capisce che il bene comune non è un risultato rapido o comodo, ma un esercizio paziente”.

Sentirsi “parte di qualcosa”. “I valori della Costituzione – la pace, la solidarietà, l’uguaglianza – spesso sembrano calati dall’alto: parole potenti, ma lontane”, osserva Mariasole. “L’esperienza associativa fa l’opposto: te li restituisce come scelte di persone reali”. Poi puntualizza. “Va detto con onestà: la scuola, che è il luogo capace di raggiungere tutti i giovani, raramente riesce a far vivere davvero i valori costituzionali. Può spiegare la Costituzione, raccontarla come nozione da studiare, ma la partecipazione, la solidarietà, la fatica del decidere insieme si imparano facendole. Non è una colpa dei tanti insegnanti che si impegnano: è un limite strutturale. E apre il problema vero. Io, da giovane attiva, mi sento parte di qualcosa, e attraverso questa appartenenza sento di costruire bene comune. Ma proprio questo mi fa nascere una domanda: la democrazia e i valori costituzionali parlano a chi è già ‘dentro’ qualcosa. Parlano a me. Ma un giovane che non fa parte di nulla, non un’associazione, non un gruppo, non un movimento, come può incarnare la democrazia e i principi costituzionali e prendersi cura della Repubblica a partire dai suoi luoghi quotidiani?”.“Se la cittadinanza s’impara appartenendo, chi non appartiene rischia di restare escluso, non per legge, ma di fatto”. Forse allora il compito di chi è “parte” è “creare le occasioni perché anche gli altri possano farne esperienza”. Infine: “Se dovessi scegliere una parola per la democrazia, direi: cura. Perché la democrazia non è solo un sistema di regole: è prendersi carico degli altri, dei legami, dei luoghi in cui viviamo. La cura è l’opposto del disincanto e della delega. È il modo concreto in cui un documento di ottant’anni fa resta vivo”.

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