Quest’anno Sanremo ha raggiunto un record come raccolta pubblicitaria, ma ha perso in termini di milioni di telespettatori che hanno seguito la kermesse. Ma che Festival è stato dal punto di vista musicale? Lo chiediamo a Gianni Sibilla, direttore didattico del Master in Comunicazione musicale dell’Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo (Almed) dell’Università Cattolica di Milano.
(Foto Università Cattolica)
Com’è stato il livello delle canzoni nel Festival 2026?
È stato un Festival che guardava al passato, sotto tanti punti di vista, quello dello spettacolo e sicuramente anche quello musicale. Quando è uscito il cast, si diceva che era di basso livello e ascoltando le canzoni questa impressione è stata confermata: trenta artisti erano troppi, non si vedeva assolutamente la necessità di un cast così ampio. In confronto a quelle del 2026, le canzoni dell’anno scorso sembrano dei classici. La mia personalissima opinione è che le canzoni buone per testo, scelte di messa in scena e interpretazione siano state non più di 6 o 7, una decina a stare larghi. Veramente poche rispetto alle 30 presentate. Tornando alla sua domanda, quest’anno è stato un Festival di basso livello, molto tradizionalista nel senso peggiore del termine: una metà delle canzoni ha la stessa struttura, cioè quella della ballata classica, piano, voce e orchestra, e l’altra metà è costituita da canzoni che arrivano dai social o fatte per i social media. Il che va benissimo perché è il meccanismo di promozione della musica oggi, però poi se arrivano artisti che hanno un capitale di visibilità social più forte del progetto artistico, allora il problema si presenta in maniera evidente.
Alla conclusione del Sanremo 2025, lei aveva auspicato che per quest’anno si puntasse di più sulla qualità che sulla quantità. Mi pare di capire che è andata male…
L’anno scorso c’era una strada su cui si poteva andare avanti, che era quella dei cantautori. Lucio Corsi e Brunori sono arrivati a sorpresa secondo e terzo.
Quest’anno la quota cantautori era quasi del tutto assente. C’erano Fulminacci, Levante e poco di più.
Eppure se avessero scelto di continuare su quella strada, che aveva dimostrato di avere successo sia di critica sia di pubblico, sarebbe stato bello e interessante. Invece, le scelte sono state altre.
La musica che abbiamo ascoltato al Festival riflette in qualche modo la musica più ascoltata oggi?
Io sono solito dire che Sanremo “sanremizza”, è una bolla a se stante che raccoglie spunti da quello che c’è fuori e lo trasforma in qualcosa di funzionale al suo meccanismo spettacolare.
Comunque, la risposta alla sua domanda è no, perché la maggior parte delle canzoni portava con sé un’idea di arrangiamento e tematiche molto classiche. Si è anche visto negli ascolti streaming, che sono calati quasi del 50% rispetto a quelli dell’anno scorso, nella prima settimana. È vero che c’è un dato fisiologico di calo degli ascolti in generale, però la sensazione è che queste canzoni siano molto “meno popolari”, cioè siano state accolte molto meno dalla gente. Su questo meccanismo incide anche il fatto che quest’anno Sanremo è stato percepito meno come evento. Nel 2025 c’era una cantante come Giorgia, per fare un esempio, quest’anno non c’era nessun nome così importante. Questo ha influito su un interesse generale minore anche negli ascolti streaming, non solo in quelli televisivi.
Quale brano l’ha convinta dal punto di vista di testo e musiche?
Tra quelli che mi sono piaciuti, c’è “Che fastidio” di Ditonellapiaga, che è arrivata a sorpresa terza. È un caso interessante perché mette in scena una modalità di quelle che io chiamo “canzoni meme”, fatte per diventare virali sui social, però con un’idea di messa in scena intelligente. Mi è piaciuto molto Nayt, che è arrivato sesto, perché ha fatto solo il rapper e con un’idea di racconto interessante. Mi è piaciuto Fulminacci, come il pop elegante di Malika Ayane e di Maria Antonietta & Colombre e l’intensità di Levante. Sono abbastanza poche le canzoni notevoli, e non è una questione di gusti personali. Tutti sono “direttori artistici” del Festival, come tutti sono “allenatori” della Nazionale, però in questo caso c’è stato un problema generalizzato di artisti importanti che non si sono fidati di andare al Festival, per non essere messi in competizione con fenomeni social e questo si è trasformato in un cast debole e in canzoni… “dimenticabili”. Non ne faccio una critica generale al Festival, ma l’edizione di quest’anno che è stata un passo indietro rispetto al tentativo di aprirsi alla contemporaneità che abbiamo visto negli ultimi anni.
(Foto ANSA/SIR)
È stato un boomerang il fatto che Giorgia l’anno scorso sia arrivata a sesta?
Assolutamente sì, se un’artista di quel calibro che arriva da favorita, viene sostenuta dalla stampa e dalle radio, non entra neanche in cinquina, qualsiasi artista importante ora ci pensa mille volte prima di presentarsi a Sanremo, sapendo di andare in competizione con artisti molto più giovani e con un una fanbase molto più forte. Tra gli addetti ai lavori si dice proprio questo:
molti artisti quest’anno hanno preferito non andare per questo meccanismo che premia il televoto. Sal Da Vinci ha vinto proprio per il televoto.
Ma si è detto che al televoto Saif, arrivato poi secondo, lo ha battuto al televoto…
In realtà, Sal da Vinci ha perso soltanto nel rush finale con Saif, però è stato in testa per il televoto tutta la settimana e questo gli ha permesso di arrivare forte già nella cinquina finale perché il meccanismo prevedeva la somma dei voti di tutta la settimana – a parte le cover -, a differenza di quello che succedeva due anni fa. Quindi, Sal Da Vinci è arrivato con un capitale di voti di tutta la settimana che gli ha permesso di vincere anche se è stato battuto nel ballottaggio finale. Se si guardano i voti, Sal Da Vinci per la sala stampa è sempre stato sesto, non è mai andato in cinquina. È sempre stato in testa per il televoto e bene per le radio, quindi ha avuto delle buone posizioni, ma in realtà non è stato salvato assolutamente dalla sala stampa. Sal Da Vinci era perfetto per questo genere di meccanismo. Ed è proprio la perfetta rappresentazione del cortocircuito di questo Festival.
(Foto ANSA/SIR)
In che senso?
Perché
“Per sempre sì” è una canzone neomelodica, molto tradizionale come impostazione e come contenuti; ma, al tempo stesso, è una canzone molto contemporanea perché ha il balletto di TikTok, i “meme”.
Lavorando tantissimo questa settimana sui contenuti social, Sal Da Vinci è riuscito a unire i due mondi del televoto classico e quello della dimensione social. È un cantante tiktoker, anche se poi lui dice che in realtà TikTok non lo capisce. Però chi ha lavorato con lui ha costruito la coreografia e il cantante faceva i tutorial della coreografia, che è stata replicata da gente comune e celebrità, da Del Piero fino alle suore.
Sia nei testi delle canzoni sia nelle rappresentazioni sul palco, quest’anno c’è stata tanta “famiglia”, dalle mamme ricordate alle mamme salite sul palco con giovani cantanti, dalle canzoni dedicate alle mogli o alla figlia a familiari in scena con gli artisti, padri, sorelle, figlie…
Sanremo è il Festival dell’amore da sempre, perché l’amore è il tema più raccontato nella musica pop: l’amore perso e trovato, ma l’amore paterno e materno, l’amore filiale, tutte queste dimensioni sono sempre state centrali. Sanremo, da questo punto di vista, è un gigantesco amplificatore, non mi è sembrato un Sanremo molto diverso dal solito, tant’è che l’unica canzone che faceva un riferimento indiretto a quello che succede nel mondo è quella di Ermal Meta.
Proprio a proposito di Ermal Meta, Adriano Celentano aveva detto che non poteva non vincere ed è arrivato all’ottavo posto, così come Serena Brancale, che molti davano almeno nel podio, invece è finita nona. Si è meravigliato di queste due posizioni?
Serena Brancale è arrivata con una canzone forte, con una buona reputazione e poi non è bastato perché evidentemente non ha sfondato al televoto. Quella di Ermal Meta era una proposta non semplice, anche musicalmente. Mentre Serena Brancale anche io l’avrei data tra i favoriti, Ermal Meta no: ha già fatto molto bene in passato a Sanremo, l’ha vinto, è arrivato sul podio, ma quest’anno secondo me la sua canzone era abbastanza anomala rispetto al mood sanremese.
Come giudica il quarto posto di Arisa?
Secondo me è andata oltre le aspettative. A mio giudizio, Arisa ha fatto una performance meravigliosa nella serata delle cover, molto intensa, commovente, anche con un racconto della sua fragilità che ho trovato veramente molto bello e anche molto importante. La canzone in gara secondo me era una buona canzone ma non è mai stata considerata una possibile favorita. Già essere arrivata in cinquina è un grandissimo risultato.
Sul palco dell’Ariston come conduttrice c’è stata, insieme a Conti, Laura Pausini: com’è andata?
Mi rifaccio quello che scriveva in questi giorni Aldo Grasso sul Corriere: è una cantante che ha fatto un mestiere che non era molto il suo a Sanremo. Alla fine se l’è cavata abbastanza bene.
(Foto ANSA/SIR)
Cosa si aspetta dal Festival che vedrà, l’anno prossimo, non solo come conduttore Stefano De Martino, ma anche come direttore artistico?
È una scelta inevitabile per certi versi, perché di fatto non c’erano alternative e negli ultimi anni il conduttore è sempre stato anche direttore artistico. Ma anche azzardata: la differenza è che Stefano De Martino nel campo musicale non ha nessuna esperienza e nessuna credibilità.
Quindi c’è tutto un lavoro di relazioni da costruire. Perché a differenza di Conti e Amadeus che hanno un passato radiofonico e una sensibilità musicale, De Martino questa sensibilità non ce l’ha. Dipenderà molto dal team che De Martino e la Rai costruiranno per le consulenze musicali e per gestire le relazioni con la discografia, che sono sempre molto complicate. Si parla di Fabrizio Ferraguzzo, ex Sony, e attuale manager dei Maneskin, che invece questo ambiente lo conosce bene. L’investimento di De Martino come conduttore e direttore artistico in diretta, sabato sera, è sembrato un modo per legittimarlo.
Possiamo sperare almeno che l’anno prossimo diminuiscano i cantanti?
Lo spero, e sarebbe il minimo. Ma Sanremo può succedere di tutto: come si dice in America, è forse “too big to fail”, è talmente centrale nel sistema dei media italiani che una soluzione si trova sempre.
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