Si sono spenti i riflettori su Montesilvano, dove oltre duemila studenti e studentesse del Movimento Studenti di Azione Cattolica si sono ritrovati per la Scuola di Formazione 2026. Ma ciò che resta non è solo il ricordo di un evento numericamente imponente; è la vibrazione di una generazione che ha deciso di non farsi schiacciare dal peso di un futuro incerto, preferendo trasformare la propria “fatica” quotidiana in un esercizio di speranza.
Vedere ragazze e ragazzi arrivare da ogni angolo d’Italia, carichi di zaini e di aspettative, è stata una smentita vivente alla narrativa troppo diffusa dei giovani “sdraiati”, apatici o peggio, rassegnati spettatori di un declino inevitabile. Per tre giorni abbiamo abitato un esperimento di educazione integrale, trasformando una città in un laboratorio di cittadinanza dove la domanda centrale non riguardava il successo personale, ma la qualità del nostro stare al mondo. Abbiamo visto ragazzi e ragazze pronti a mettersi in gioco su temi complessi — dalla gestione consapevole delle risorse all’etica delle nuove tecnologie, dalla cura dell’interiorità alla partecipazione politica — non per ricevere un attestato, ma per rispondere a un’esigenza interiore:
quella di capire come abitare lo scarto che esiste tra ciò che accade fuori di noi e la nostra possibilità di reagire.
(Foto Msac)
C’era un’energia particolare in questi giorni, nata dalla consapevolezza che, come ci ha insegnato Viktor Frankl, in quello spazio che separa lo stimolo dalla risposta risiede il nostro potere più grande: il potere di scegliere. E allora abbiamo scelto di non subire il tempo che viviamo. Abbiamo scelto di studiare la realtà per non diventarne vittime, di allenare il pensiero critico per non farci manipolare, di guardarsi negli occhi per sconfiggere l’iper connessione che spesso scivola in solitudine. È stata la celebrazione di una “fatica” consapevole, quella di chi sa che il cambiamento non arriva quando tutto è pronto o perfetto, ma quando qualcuno, nel mezzo dell’imperfezione, dice: “Proviamoci, facciamolo in un altro modo”.
Questa potenza espressa dagli studenti e dalle studentesse della scuola italiana interroga direttamente la nostra Chiesa. Osservando la naturalezza con cui a Montesilvano abbiamo sperimentato e costruito una comunità fondata sulla corresponsabilità, emerge un’indicazione chiara per il cammino sinodale. La Chiesa può imparare che noi giovani non cerchiamo semplicemente “ospitalità” o spazi messi a disposizione con paternalismo; cerchiamo una casa in cui essere riconosciuti come soggetti attivi, capaci di generare pensiero e cultura. Il dinamismo di questi giorni suggerisce che il futuro della nostra comunità ecclesiale non passa per la conservazione di schemi rassicuranti, ma per la capacità di superare quel “si è sempre fatto così” che spesso soffoca lo Spirito.
Chiediamo, insomma, di essere protagonisti di un annuncio che sa parlare il linguaggio del presente, dove l’autorità non è esercizio di potere ma servizio alla crescita comune.
In questo orizzonte, la Chiesa è chiamata a riscoprirsi come il luogo in cui è possibile “abitare il limite” senza paura. Laddove la società della performance esige risultati impeccabili, la testimonianza della SFS ci dice che c’è una dignità profonda nel riconoscersi vulnerabili e imperfetti. La richiesta che arriva dai banchi di scuola, e che risuona con forza nelle nostre parrocchie, è quella di una comunità che sappia normalizzare la fragilità e che non tema le domande aperte o i momenti di crisi. La speranza per il futuro della Chiesa risiede proprio in questa capacità di stare nelle contraddizioni, offrendo non risposte preconfezionate, ma un ascolto autentico che sappia valorizzare la “fatica” del vivere e del credere. Non c’è speranza senza questa fatica, perché essa è il segno di un desiderio che non si è ancora spento, di una passione per la realtà che chiede di essere accompagnata e mai giudicata.
E infine risuona ancora potente la domanda che ha attraversato i lavori dei giorni scorsi:
“cosa posso dare io al mondo?”.
Questo è il cuore pulsante di una fede che si fa carne. La Chiesa del domani sarà tanto più feconda quanto più saprà intercettare questo slancio, diventando una “palestra” di libertà e di coscienza critica. In un’epoca segnata da smarrimento e conflitti, la vitalità degli studenti e delle studentesse ci ricorda che la pace e il bene comune non sono utopie lontane, ma il frutto di un impegno che nasce dal basso, dalla cura dei legami e dalla responsabilità verso l’altro. Tornando nelle nostre città, ci portiamo con noi la certezza che il cambiamento è già in atto e che la Chiesa, se saprà camminare al passo di questi “fuoriclasse” dell’ordinario, potrà riscoprire in loro il volto più giovane e audace del Vangelo, capace di dire ancora una volta, con umiltà e coraggio anche quando tutto sembra essere perduto: “I care”.
*Segretaria nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac)
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