In Germania, in questo periodo, si sta dibattendo sul tema della radicalizzazione islamista, anche alla luce di alcuni recenti episodi di violenza. Ne parliamo con il responsabile della Missione Cattolica Italiana di Amburgo, don Pierluigi Vignola, che vive da anni nella città anseatica e osserva da vicino le trasformazioni culturali e religiose del Paese. Parlare di un rischio di radicalizzazione islamista in Germania è realistico? “Sì – risponde – purché si faccia subito una distinzione fondamentale: Islam, islamismo e terrorismo jihadista non sono la stessa cosa. L’Islam è una religione praticata pacificamente da milioni di persone; l’islamismo è un’ideologia politico-religiosa che, nelle sue forme estremiste, entra in conflitto con principi fondamentali dello Stato democratico; il jihadismo rappresenta la sua manifestazione più radicale e violenta”.
Quali aspetti considera più preoccupanti?
“Il cambiamento dei processi di radicalizzazione. Non avvengono più necessariamente all’interno di organizzazioni strutturate o attraverso lunghi percorsi ideologici. Internet e i social network permettono percorsi molto più rapidi, individuali e difficili da intercettare. Le autorità segnalano un crescente coinvolgimento di adolescenti e perfino minorenni. I segnali da osservare non sono una maggiore religiosità, che non ha nulla di estremista, ma il rifiuto della democrazia e del pluralismo, la giustificazione della violenza religiosa, l’antisemitismo, l’odio verso gli omosessuali, la delegittimazione della libertà della donna o la convinzione che una legge religiosa debba prevalere su quella dello Stato”.
Amburgo ha una storia particolare legata a questo tema…
“Inevitabilmente. Amburgo porta la memoria della ‘cellula di Amburgo’, il gruppo di estremisti islamisti legato alla preparazione degli attentati dell’11 settembre 2001. Mohamed Atta, Marwan al-Shehhi e Ziad Jarrah avevano vissuto e studiato qui. È un precedente che ha segnato profondamente la percezione del fenomeno. Non significa stabilire collegamenti diretti con l’oggi, ma quella vicenda ha mostrato come la radicalizzazione possa svilupparsi anche in una società europea aperta, coinvolgendo persone apparentemente integrate. Oggi la sfida è diversa: una parte della radicalizzazione avviene online, in modo individuale e rapidissimo. La memoria dell’11 settembre ci ricorda che non bisogna sottovalutare i segnali né confondere una minoranza radicalizzata con l’intera comunità musulmana”.
Quali fattori favoriscono la radicalizzazione?
“Non esiste una sola causa. La radicalizzazione nasce spesso dall’incontro di fattori personali, sociali, culturali e politici. Un giovane che non si sente parte né della società in cui vive né della cultura familiare può essere vulnerabile a chi gli offre un’identità forte e priva di contraddizioni. Discriminazione, marginalità, difficoltà scolastiche e lavorative, isolamento e mancanza di prospettive possono creare terreno fertile, ma non sono cause automatiche. A questo si aggiunge la propaganda digitale: oggi un adolescente può entrare in contatto con contenuti radicali senza particolari frequentazioni. Anche i conflitti internazionali diventano strumenti di radicalizzazione quando vengono usati per sostenere che esista una guerra dell’Occidente contro tutti i musulmani”.
Cosa possono fare Germania ed Europa?
“La prima responsabilità è garantire la sicurezza: investire nell’intelligence, nella cooperazione tra servizi, nel contrasto ai finanziamenti e nell’individuazione delle reti pericolose. Ma la repressione da sola non basta: interviene quando la radicalizzazione è già avvenuta. Occorre lavorare prima, soprattutto con i giovani. L’integrazione non è solo lingua e lavoro: significa permettere a una persona di sentirsi parte della società. Un giovane dovrebbe poter dire: sono musulmano, sono tedesco o europeo e questa società appartiene anche a me. L’integrazione deve avere principi chiari: democrazia, libertà religiosa, dignità della donna, libertà individuale e rifiuto della violenza. Servono educazione digitale e collaborazione con le comunità musulmane che difendono la convivenza democratica”.
E noi cattolici?
“Possiamo avere un ruolo importante. Dobbiamo riconoscere la dignità dell’altro senza rinunciare alla nostra identità. Il dialogo più efficace nasce facendo qualcosa insieme: volontariato, progetti comuni, visite reciproche. Quando si lavora insieme, l’altro smette di essere una categoria e diventa una persona. Ma il dialogo deve affrontare anche le questioni difficili: libertà religiosa, ruolo della donna, antisemitismo, omosessualità, violenza, rapporto tra religione e Stato. Sicurezza e dialogo non sono alternative: abbiamo bisogno di entrambe”.