Sono passati 32 anni dalla mattina del 19 marzo 1994, quando un giovane prete di Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la messa, nella sua parrocchia, San Nicola di Bari, veniva ammazzato per mano della camorra: don Peppino Diana. È famoso il documento “Per amore del mio popolo”, scritto da don Peppe e i parroci della forania e distribuito nelle parrocchie a Natale 1991 per risvegliare le coscienze contro la camorra. A Sergio Tanzarella, ordinario di Storia della Chiesa nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, dal 2007 professore invitato nell’Università Gregoriana e dal 2023 nella Accademia Alfonsiana a Roma, autore di un libro sul sacerdote, “Peppino Diana. Un prete affamato di vita”, chiediamo di ricordare don Diana.
Chi era don Peppino Diana?
Un giovane prete, applicato innanzitutto allo studio soprattutto della Sacra Scrittura fin dagli anni in cui fu studente della sezione san Luigi della Facoltà Teologica dell’Italia meridionale a Napoli nella quale stava per conseguire la Licenza in Teologia biblica prima di essere assassinato. Ma anche impegnato nel comprendere la realtà e i suoi processi con una azione di carità verso tutti ma soprattutto giovani, migranti e malati. Uno spirito libero e di innata allegria e simpatia, una persona molto amichevole e aperta ma che non dava a vedere una preparazione culturale rigorosa e un senso ecclesiale profondo come responsabilità personale e comunitaria nei confronti di tutta la società. Non a caso il titolo del mio libro è “Peppino Diana. Un prete affamato di vita”. La fame di Peppino non era una bulimia egoistica, ma la fame di condivisione di vita con un popolo a cui la vita era negata.
(Foto: ANSA/SIR)
A 32 anni dalla morte qual è l’eredità di don Peppino per la società civile?
Sorprendentemente la sua testimonianza è più ricordata ed esemplare per la società civile che per la comunità ecclesiale. Nelle oltre 100 presentazioni del mio libro su di lui sono stato invitato solo in 2 o 3 parrocchie e nei Seminari di Cosenza, Catanzaro e Agrigento e solo da 3 gruppi scout. Per il resto comuni, scuole, biblioteche, associazioni di ogni tipo. Lì ho avvertito quanto fosse alta la percezione del valore esemplare di Peppino. È stato commovente vedere quante persone comuni, anche lontane dalle comunità ecclesiali, custodiscano la memoria di un prete cattolico e lo abbiano come modello positivo per la propria vita. Se si cerca un miracolo è appunto questo.
La figura di Peppino rompe i codici di separatezza del passato, abbatte le barriere e le divisioni ed è capace di parlare a tutti.
Sappiamo che è questa la forza del martirio del presente. Però certo mi rammarico molto che nei Seminari si rinunci a presentarlo come esempio di prete e come esempio di martirio. Mi sembra vi sia quasi una volontà di non proporre il modello positivo di parroco che lui è stato.
Essere prete oggi nelle “terre di don Diana” è diverso secondo lei rispetto ai tempi di don Peppino e come la sua testimonianza ha inciso anche sulla Chiesa locale?
Le trasformazioni sono notevolissime sul piano delle evidenze della emergenza criminale. Infatti in quel decennio gli omicidi di camorra superarono i 1.000, un numero impressionante nel quale sono compresi anche diversi omicidi di persone del tutto estranee alla criminalità. Si trattò di uno stato di guerra che spinse Peppino a rifiutare di essere soltanto un silenzioso celebrante di funerali. Oggi la camorra uccide molto meno ma forse controlla ancora di più. Ma rispetto ad allora vi è maggiore consapevolezza della sua presenza invasiva, soprattutto della pretesa della camorra di finanziare e gestire le opere della Chiesa o le feste patronali. Gli inchini fatti fare alle statue della Madonna o di un santo dinanzi alla casa di un boss sono oggi quasi impensabili. Tuttavia, molto vi è ancora da fare soprattutto in ordine alla formazione dei giovani, alla nascita di biblioteche, di luoghi sani di incontro. La Chiesa svolge una ammirevole azione di supplenza, anche se molto meno di denuncia, ma in un territorio che è compromesso da una urbanistica per molti anni programmata solo sugli interessi speculativi, diretti e indiretti, della camorra e dei politici ad essa devoti ogni trasformazione è difficile. Paesi sfigurati dal cemento, assenza totale di servizi sociali ed educativi, pesantissimi tagli alla sanità, patologie endemiche provocate dal gravissimo inquinamento, precarietà dei trasporti erano le denunce di Peppino purtroppo rimaste in questi trent’anni tutte attuali.
(Foto ANSA/SIR)
Lei ha scritto un libro su don Diana: cosa l’ha colpita di più di questo giovane sacerdote?
Era perfettamente consapevole dei rischi a cui andava incontro, anche se a casa certo non ne parlava con i familiari per non creare allarmi. Nonostante ciò, non è venuto meno nella sua missione sacerdotale di parroco, non ha abbandonato coloro che gli erano stati affidati, soprattutto i giovani che ha cercato di liberare dal destino che la camorra aveva segnato per loro e più in generale liberare una comunità dalla rassegnazione. La più grande novità nel mio studio su di lui è avere scoperto come Peppino abbia portato con piena coscienza il peso di questa morte annunciata, le minacce ricevute e il progressivo isolamento nel quale fu costretto a vivere negli ultimi anni. Isolamento civile ed ecclesiale che lo rese più esposto e che gli fece certo paura ma non lo spinse alla rinuncia alla missione.
La criminalità organizzata, dopo averlo ucciso, ha provato a cancellare la memoria di don Peppino con calunnie e accuse pretestuose: oggi questo spietato tentativo si può dire che è stato finalmente vinto?
Sul piano penale il caso è ormai chiuso e le calunnie sono state smentite nel processo e dalle ultime sentenze di oltre venti anni fa. Al contrario in una parte dell’opinione pubblica locale l’ombra prodotta dalle calunnie continua a pesare, nonostante si sia definitivamente dimostrato quanto fosse menzognera la campagna diffamatoria organizzata dalla camorra e da alcuni benpensanti. Nonostante ciò,
è quasi come se Peppino continui ad essere un tarlo della coscienza mostrando i compromessi, le viltà e le illegalità del presente.
La lotta alla camorra può ancora andar bene quando della sua azione apertamente criminale se ne occupano forze dell’ordine e magistrati. Ma quando si passa all’area grigia ed estesa del consenso e alla mentalità camorristica, l’interesse e l’impegno sembrano dissolversi. I metodi della politica locale non sono molto cambiati: clientele, promesse e illusioni elettorali, controllo del voto, condizionamento degli appalti, abusivismo edilizio, privilegi e illegalità diffusa. Il dato dei comuni che tra Napoli e Caserta sono sciolti per infiltrazioni camorristiche è impressionante, perfino l’amministrazione comunale di Caserta capoluogo è oggi commissariata a causa della camorra mentre si paventa il terzo dissesto del bilancio.
(Foto di don Peppe Diana da archivio Augusto Di Meo)
Secondo lei c’è un filo rosso che congiunge le testimonianze di don Pino Puglisi, il giudice Rosario Livatino e don Peppino Diana?
Non ho dubbi, è innanzitutto il filo rosso della parresia, della parola libera e liberante dei profeti. Una parola che è giudizio nei confronti delle ingiustizie sistemiche, una parola che non indietreggia dinanzi alle pretese di dominio della criminalità ma che desta allarme anche nell’area grigia della società che si avvantaggia dalla presenza della illegalità diffusa.
Tutti e tre avrebbero potuto ritirarsi, ne avevano motivo, giustificazione e possibilità, ma non lasciarono il compito, non abbandonarono il popolo.
Un elemento che li accomuna è che sono state persone comuni che hanno operato in realtà periferiche e marginalissime quasi ad indicare che la grandezza di una vita non si misura dall’importanza e visibilità del luogo dove si è realizzata. Il quartiere Brancaccio, Casal di Principe, Canicattì è come se rappresentassero tutta la provincia italiana o i ghetti metropolitani. Un ultimo elemento che unisce questi tre martiri è quello della loro discrezione e modestia, non sono stati personaggi televisivi o alla moda o personalità di rilievo e considerazione. Dalla loro biografia emerge come Dio non scelga i migliori secondo le gerarchie e la meritocrazia del potere e del successo ma i più umili, cioè i più fedeli all’annuncio della sua Parola.
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