In un’Africa che cresce, cambia e interroga il mondo, la Chiesa è chiamata a essere voce profetica, presidio di riconciliazione e laboratorio di speranza. In Angola e a São Tomé e Príncipe, Paesi segnati da profonde trasformazioni sociali ed economiche, il cattolicesimo continua a svolgere un ruolo decisivo nella costruzione del bene comune, nella promozione della pace e nella formazione delle coscienze. Ne parliamo con José Manuel Imbamba, presidente della Conferenza episcopale di Angola e São Tomé e Príncipe e arcivescovo di Saurimo, che offre uno sguardo lucido sulle sfide del continente africano, sulla missione della Chiesa e sulle attese di un popolo giovane e ricco di risorse.
Foto CEI
Monsignore, l’Africa è al centro di nuovi equilibri e interessi globali. Come vive l’Angola questa stagione geopolitica?
La competizione tra potenze in Africa è anzitutto economica. L’interesse principale sono le materie prime, non le persone, né lo sviluppo sostenibile o i diritti umani. Questa corsa alimenta sfruttamento, disuguaglianze e talvolta conflitti. Anche l’Angola ne risente: quando il valore delle risorse supera quello della persona, crescono violenza e instabilità. Noi chiediamo che al centro tornino la dignità umana, la giustizia e il rispetto delle culture locali.
Le risorse naturali rischiano di creare nuove dipendenze?
Sì. L’Angola sta cercando di diversificare l’economia, ma resta fortemente legata a petrolio e minerali strategici. Questa dipendenza ci rende vulnerabili alle crisi esterne e amplia il divario tra ricchi e poveri. L’esclusione sociale aumenta e con essa fenomeni come corruzione e mercato informale diffuso. Senza una vera diversificazione e una cultura della partecipazione civica, lo sviluppo resta fragile.
Quanto pesa il debito estero?
È un fattore destabilizzante. Il debito è molto elevato e assorbe risorse che dovrebbero essere destinate alla crescita e ai servizi essenziali. Al contrario, queste politiche stanno generando più miseria e più esclusione, più ingiustizia e i benefici dei prestiti non ricadono sulla popolazione. Si genera un sistema debito-profitto con sfruttamento e manipolazione delle politiche interne da parte delle istituzioni creditrici e di gestione. Questo limita la sovranità economica e alimenta insoddisfazione sociale. Servono politiche pubbliche capaci di generare occupazione e prosperità reale.
Che cosa chiede l’Angola alla comunità internazionale?
Chiede libertà e autonomia. Chiede una cooperazione paritaria, non assistenzialismo. Vogliamo essere protagonisti del nostro sviluppo, non solo esportatori di materie prime. Servono conoscenze, tecnologia, partnership equilibrate e trasparenti. Solo una collaborazione fondata sul rispetto reciproco può portare benefici condivisi.
Il cambiamento climatico e la transizione energetica sono una minaccia o un’opportunità?
I Paesi africani subiscono conseguenze pesanti pur essendo tra i meno responsabili dell’inquinamento globale. Per un produttore di petrolio come l’Angola la transizione energetica è una sfida, ma anche un’opportunità. Abbiamo sole e vento in abbondanza: investire nelle rinnovabili è una scelta strategica per non farsi trovare impreparati. Ma è anche un’opportunità per diffondere sempre più una cultura ecologica, tanto cara a papa Francesco, attraverso l’educazione e la formazione delle coscienze e per custodire la “casa comune”.
Quali sono oggi le priorità pastorali?
La Chiesa in Angola ha una lunga storia, ma con forti differenze territoriali: alcune aree sono evangelizzate da secoli, altre più recentemente. Le sfide sono molteplici: le grandi distanze, la povertà, nuove presenze religiose – sia di islamici sempre più presenti nel commercio, sia di diverse sette che provengono da America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Nord Africa – e una società in rapido cambiamento. Serve quindi una pastorale più dinamica, vicina alle famiglie e ai giovani, capace arrivare al cuore delle persone e di promuovere dialogo ecumenico e interreligioso. Un segno di speranza è la fioritura vocazionale: i seminari sono pieni e l’Angola è ormai una Chiesa missionaria.
Come accompagnare un Paese così giovane?
L’Angola ha una popolazione giovanissima, ma segnata da disoccupazione, disuguaglianze e migrazioni. Molti giovani lasciano il Paese per mancanza di opportunità e di un ambiente sociale stabile. La Chiesa investe molto nella formazione integrale: scuole, università, percorsi educativi che uniscono competenza e responsabilità civica. Vogliamo aiutare i giovani a credere nel futuro e a diventare protagonisti del bene comune.
A che punto è la riconciliazione nazionale?
A oltre cinquant’anni dall’indipendenza e più di venti dalla fine della guerra civile, il cammino non è concluso. Molti non sono stati in grado di superare la violenza di una guerra che ha lasciato sentimenti di vendetta e intolleranza. Restano ferite profonde e tensioni politiche. La Chiesa continua a svolgere un ruolo di mediazione e coscienza critica, promuovendo perdono, dialogo e memoria condivisa. Lo scorso novembre, abbiamo vissuto un’esperienza coinvolgente, con la convocazione del Congresso Nazionale per la riconciliazione e la pace: è stato un passo importante verso una guarigione spirituale e civile. Serve ricostruire nelle comunità un clima di fraternità. Troppo spesso la politica cerca il consenso dei militanti invece di formare coscienze civiche responsabili. Invertire questa tendenza è la vera sfida dello sviluppo. Occorrono educazione, informazione e una presenza costante nei territori per far crescere una nuova cultura politica: meno faziosa e più orientata al bene comune, capace di risvegliare partecipazione, senso di responsabilità e rispetto della dignità di ogni persona.
L’Angola può contribuire ai processi di pace regionali?
I conflitti in Congo, Mozambico, Sudan o Nigeria non ci lasciano indifferenti. Siamo parte attiva del Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam) e solidali con i popoli colpiti dalla violenza. L’esperienza di dialogo maturata nel nostro Paese può essere un riferimento per altri contesti.
In che modo la Chiesa – grazie anche al sostegno delle Chiese sorelle – cerca di contrastare la povertà?
La Chiesa si confronta con tutte le emergenze legate alla povertà urbana, alla salute e all’istruzione, perché non può rimanere indifferente al quadro della miseria umana, sociale, economica e culturale. È attiva in primis attraverso l’educazione. Le scuole cattoliche offrono anche formazione etica, perché lo sviluppo richiede coscienze formate. Promuoviamo cultura del bene comune, legalità e leadership responsabile. È un lavoro paziente, ma essenziale. Siamo presenti con scuole, ospedali, centri medici, orfanotrofi e progetti di alfabetizzazione. Solo nella mia arcidiocesi di Saurimo gestiamo dieci scuole con circa 12 mila studenti, strutture sanitarie e case di accoglienza. Particolare attenzione è rivolta alle ragazze, spesso penalizzate dall’analfabetismo.
La visita di Papa Leone XIV per il giubileo di Luanda che significato ha?
È una grande grazia per il nostro Paese e per la mia arcidiocesi in particolare. Sarà un momento di conversione e rinnovato impegno per tutto il Paese. Per la prima volta un Papa visiterà anche l’Est dell’Angola: un segno di vicinanza che rafforza la fede e l’unità nazionale. È un momento vissuto con grande ansia, con grande attesa, con grande gioia, con grande entusiasmo da tutti, cattolici e non cattolici. Cerchiamo tutti di vivere questa benedizione del Santo Padre per il nostro Paese come un momento di conversione
Un messaggio alla Chiesa in Italia?
Il legame tra Italia e Angola è antico e fecondo. Tra l’altro va sottolineato che nel XVII secolo Roma ricevette il primo ambasciatore dall’Africa subsahariana. Oggi molti angolani sono in Italia e molti italiani sono in Angola. Ringraziamo per la solidarietà e la collaborazione. Continuiamo insieme a testimoniare Cristo, principio di pace, lavorando per un’umanità più giusta e fraterna.