(Foto Siciliani – Gennari/SIR)
“Ciò che colpisce nel caso di Ceuta è la sensazione che le migliaia di persone che hanno tentato il passaggio verso un Paese europeo siano state usate da un lato e respinte e abbandonate dall’altro, in balia di nessuno, una umanità che non interessa a nessuno e di cui anzi si cerca di sbarazzarsi. C’è di che riflettere: un po’ tutti, governanti e cittadini”. Sono parole cariche di dolore quelle pronunciate da mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea (Comece). Il Sir lo ha raggiunto all’indomani del disperato tentativo di migliaia di giovani migranti di approdare sulle coste di Ceuta, primissimo avamposto europeo in terra nordafricana.
Eccellenza, abbiamo visto immagini drammatiche. Mentre la crisi sembra essere rientrata, purtroppo ancora una volta ci sono stati morti. E ogni morte pesa sul destino dell’intera Europa.
È triste trovarsi obbligati a prendere la parola ad ogni tragedia che, più o meno puntualmente, si consuma nel Mediterraneo e sentirsi allo stesso tempo impotenti e sconfitti di fronte alle persone, sempre troppe, che anche in questa circostanza hanno perduto la vita. Il Papa , domenica all’Angelus, ha invitato a “trovare soluzioni di pace, di stabilità e di giustizia” e oggi possiamo solamente constatare che per questi infelici, come per tantissimi altri, non c’è stata e non c’è giustizia.
Sì. il Papa ha invocato soluzioni di “pace, stabilità e giustizia”. Cosa può fare l’UE in questo senso?
C’è una riunione dei ministri dell’Interno dell’UE che si svolge oggi proprio su sollecitazione di quanto è successo a Ceuta. Credo che, insieme alle misure urgenti che possiamo immaginare vengano adottate, diventi sempre più necessario uno sguardo di lungo periodo che tenga conto di tutti gli aspetti di un dramma che assume sempre di più carattere epocale. E il primo aspetto è quello umanitario.
In qualsiasi modo, deve essere salvaguardata la vita delle persone. Se non si è capaci di questo, tutto il resto ha già il sapore della sconfitta della nostra umanità.
Bisognerebbe poi trovare una misura più grande della facile strumentalizzazione in funzione del gioco delle parti che la politica quotidiana conosce. In questo senso bisogna tenere certo conto degli umori dell’opinione pubblica, ma anche cercare di guidare e orientare verso soluzioni virtuose situazioni che sono complesse e che non hanno risposte semplici. E poi bisogna tenere conto insieme degli aspetti economici e di quelli demografici. In ultimo bisognerebbe aiutarsi a capire che, di fronte alle diseguaglianze di un mondo in subbuglio, non ci sono misure adeguate che riescano a fermare questa fuga di massa dalla disperazione, di fronte alla quale non ci sono muri e deportazioni che bastino.
Cosa invece non fare per non lucrare su queste tragedie? Quale la voce delle Chiese in Europa?
Le Chiese hanno innanzitutto il compito di ricordare, insieme a tante altre voci, quelle esigenze di fondo che unicamente salvaguardano il senso di comune umanità.
Chiedono perciò di cercare risposte adeguate al grido che sale da tante parti di questo nostro mondo, senza per questo dimenticare quelli che pure nei nostri Paesi hanno bisogno di giustizia e di equità.
Si tratta, come dice san Paolo, di non togliere agli uni per dare agli altri, ma di fare uguaglianza. E poi le Chiese si adoperano concretamente in un’opera di accoglienza che cerca di tradurre in azione concreta quell’istanza di carità che è al cuore della nostra fede, mettendo in pratica la parola di Gesù di questa domenica che dice: date loro voi stessi da mangiare.
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