Ucraina: la vita è dura, ma la gente spera in una pace giusta

Scritto il 27/05/2026
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“Sono nata durante il tempo di guerra e probabilmente morirò con la guerra”. Così una anziana delle campagne intorno a Kherson si è rivolta a padre Luca Bovio, missionario della Consolata del clero di Milano, direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie-Pom. Ce lo racconta al telefono da Kiev dove è arrivato poco più di un anno fa per impiantare le Pom – tra le più “giovani” della rete internazionale –, dopo essere stato segretario della Pontificia unione missionaria in Polonia, dove ha vissuto dal 2008. La vita quotidiana a Kiev appare come uno strano paradosso, tra paura e voglia di normalità, con i cellulari in fibrillazione per gli allarmi, le sirene, le notti attraversate dai bagliori dei razzi nel cielo. Non ci si abitua mai alle macerie, alle perdite, al dolore, ma la speranza in un futuro diverso è la vera forza della gente che si è appena lasciata alle spalle l’inverno più difficile di questi quattro anni di guerra.

“Questione di esistenza”. “Abbiamo avuto temperature spesso a 25 gradi sottozero. Sono state colpite le posizioni che producono energia, mettendo al freddo e al buio moltissima gente. In questo contesto l’arrivo dall’Italia di medicinali, cibo, generatori elettrici, ad esempio, è stato molto importante. La linea del fronte è lunga circa 1200 chilometri, come tutta l’Italia dalle isole fino alle Alpi, e nelle zone vicine chi vive ancora lì soffre perché, sotto attacco e bombardamenti giorno e notte”. La vicinanza della Chiesa cattolica è sempre stata costante, attraverso il contributo delle diocesi, di Caritas italiana, di istituti religiosi e congregazioni, di tanti gruppi che organizzano regolarmente trasporti dall’Europa e dal mondo. Purtroppo “non si vedono ancora segnali concreti di fine del conflitto, si teme che la guerra continuerà e con lei anche la necessità di aiutare le persone più in difficoltà. Si parla di ‘pace giusta per l’Ucraina’ – dice padre Luca –, cioè una pace che non sia soltanto uno stop alle armi, ma il riconoscimento del proprio Paese come luogo normale in cui poter vivere. Gli ucraini dicono ‘questa guerra non è soltanto un problema di territori, è una questione della nostra esistenza, della nostra identità storica come popolo’”.

Sostegno nel dolore. La ragione identitaria sprona la gente a non arrendersi, a non cedere a compromessi talmente grandi che possano in qualche modo far venire meno questa realtà collettiva. Anche in memoria del gran numero di persone morte nel conflitto in questi anni, “tanti, anche se non è facile dire quanti con precisione. Girando il Paese in ogni cimitero si vedono bandiere sulle tombe, a ricordare che lì è sepolto un soldato. Il loro ricordo uno stimolo a dire ‘se hanno pagato un prezzo così alto, anche noi abbiamo il dovere di continuare a credere, altrimenti il loro sacrificio sarebbe stato inutile’”. Dall’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022, si parla di centinaia di migliaia di morti su entrambi i fronti, ma sarà solo il tempo a fare chiarezza su cifre che ora non si conoscono. Come non si sa quanti sono oggi gli ucraini in patria, oppure sparsi in seguito alla guerra in altri Paesi. “È un popolo che sta affrontando una diaspora importante – dice il direttore delle Pom –. Molte donne sono andate in altre nazioni già dall’inizio del conflitto, gli uomini dai 25 ai 60 anni non possono lasciare il Paese (se non con un permesso speciale) altrimenti non possono tornare. Il problema demografico non è da sottovalutare: durante la guerra l’Ucraina si è impoverita (e continua ogni giorno di più) proprio della cosa più preziosa: i suoi cittadini. C’è poi il problema dei dispersi, dei prigionieri presi dai russi di cui non si hanno notizie. Il numero dei soldati è in calo attualmente, ci sono problemi nell’arruolare nuovi soldati per sostenere l’impegno dei fronti aperti”.

Padre Bovio ha ascoltato e ascolta ogni giorno drammi familiari, vissuti, con grande senso di dignità.

Come la storia di una volontaria incontrata poche settimane fa, una giovane maestra di un asilo, che si è sposata lo scorso anno con il fidanzato paramedico. Dopo il matrimonio lui ha deciso di andare ad aiutare i soldati sulla linea Est del fronte, ma purtroppo dopo tre mesi si sono perse sue notizie e probabilmente non tornerà più. “Si può immaginare il dramma di questa donna che dopo pochi mesi di matrimonio non sa se il marito è vivo o morto, è sospesa in un limbo. Ci sono tante storie così e questo spiega anche la difficoltà di dare cifre. Di tanti si perdono notizie, possono essere state uccisi, rapiti o fuggiti. Per le famiglie l’incertezza, l’attesa è molto dolorosa, anche se ci sono stati casi di qualcuno che è tornato dopo due o tre anni, magari grazie a uno scambio di prigionieri. Questa giovane signora mi ha detto quanto è importate avere una fede profonda in questi momenti di dolore in cui ti abbracci al Signore perché sai che è l’unica speranza. Credo che avere vicino persone, che ti sostengono nel dolore, avere nel cuore una fede, che nonostante tutto, aiuta a cercare un senso a quello che si sta vivendo, è molto importante”.

Allarmi continui. Se nella capitale e nelle città la quotidianità mantiene le forme di una normalità apparente – scuole, negozi, uffici, persino teatri aperti, quando non si deve scappare in fretta nei rifugi per gli allarmi –, nelle campagne la situazione molto diversa, soprattutto nelle regioni più esposte ad Est. Con una superficie doppia rispetto all’Italia, l’Ucraina è un Paese agricolo, con poche montagne e sconfinate pianure, lunghe centinaia di chilometri. La vita nelle campagne è dura ma permette di vivere con i prodotti dell’orto e degli animali, se manca la corrente si può accendere un camino o mettere un po’ di legna nella stufa. “Sono stato spesso a Sud nella regione di Kherson, una città dove si combatte. Ci sono fiumi, laghi, ma c’è il problema dell’acqua potabile perché i continui bombardamenti hanno inquinato le falde acquifere. Eppure la gente resiste, tenacemente. Ricordo un contadino, nel tempo della semina, che stava arando il terreno, mentre a poche centinaia di metri cadevano i missili, e si vedevano le colonne di fumo. Sembrava una scena irreale, eppure molti come lui decidono di restare, pur nel rischio di quello che si può correre, perché comunque non hanno un ‘piano B’ per la propria vita. Restano nella terra appartenuta ai genitori, ai nonni, ai bisnonni, non se la sentono di lasciarla, pur mettendo a rischio la propria vita”. Così si attraversano interi villaggi popolati da anziani, tra le categorie più deboli, che soffrono maggiormente anche per la lontananza dai propri cari, dalla perdita di tutto quello che avevano. “A Zaporizia dove c’è la grande centrale atomica, distribuiamo cibo per 1.500 persone quattro volte alla settimana. Si mettono in coda in tanti per prendere un pezzo di pane e una scatoletta, la pensione media è di 50 euro al mese, con cui devi fare tutto, ma in realtà non basta a niente”.

Creare spirito di unità. Cosa possono fare le Pom in Ucraina oggi, chiediamo a padre Bovio prima di lasciarci. “Unire questa Chiesa locale, o queste Chiese locali se vogliamo così definire i vari patriarcati ortodossi presenti nel Paese – risponde –, in comunione con la Chiesa universale. È importante, perché questa unione può avvenire a livello spirituale, con la preghiera, nel sentirsi fratelli e sorelle appartenenti a un unico popolo di Dio, ma allo stesso tempo, anche favorendo degli scambi. L’Ucraina in questo momento sicuramente ha bisogno di tanto, a motivo della guerra, ma non è neanche così povera da non poter dare nulla agli altri, senza dimenticare che ci sono anche tanti conflitti nel mondo, non meno tragici di quello che si sta vivendo qui. E quindi il compito delle Pom è un po’ creare questo spirito di unità nella universalità della Chiesa. In una comunione che è ciò che ci unisce, al di là dei problemi, delle lingue, delle culture”.

*Popoli e Missione

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