“Sono le 7 e 30 del mattino del 7 luglio nel quartiere di Mabanga-Nord, nel comune di Karisimbi, nella regione di Goma. Le canzoni di ringraziamento a Dio e le preghiere si levano alte nella chiesa evangelica dell’International Ministry of the Conquerors. Mentre la congregazione si prepara ad ascoltare il sermone del mattino, il sacerdote lancia un messaggio a tutta la comunità: “’Seguiamo con preoccupazione le notizie sulla diffusione dell’Ebola: vi chiedo di fare molta attenzione ai messaggi che condivideremo con voi oggi’”. A raccontarlo è Victoire Katembo Mbuto per Friends of Congo.
Aurélie Maliro, che fa parte di Woman Power DRC parla ad alcune decine di fedeli, specificando che Ebola è un virus e non un fenomeno soprannaturale.
“Ebola esiste davvero – dice – Non è né un demone né frutto di stregoneria. È necessario mettere in atto misure preventive per evitare il contagio. Possiamo continuare a venire in chiesa a pregare, ma dobbiamo tutelarci”.
Seguire le raccomandazioni dei sanitari, evitare il contatto fisico e lavarsi le mani sono le prime precauzioni richieste. Tra metà maggio e la prima settimana di luglio il virus di febbre emorragica sviluppatosi nell’Ituri ha già infettato 1.644 in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, provocando523 decessi. A questi si aggiunge il caso importato in Francia – un medico francese rientrato dalla RDC, successivamente guarito e dimesso – che porta il totale complessivo a 1.645 casi nei tre Paesi.
C’è tuttavia un altro rischio in RDC, che sovrasta quello sanitario ed epidemiologico e se possibile lo relega a ruoli, diremmo, marginali: è la nevrosi che si va diffondendo tramite le diverse teorie del complotto.
Intere comunità africane sono diffidenti e sospettose verso medici, infermieri, operatori e squadre sanitarie: i pazienti appaiono più terrorizzati dai medicinali e da eventuali vaccini che non dalla malattia in sé.
Il vaccino per questo cappo di Ebola Bundibugyo peraltro non esiste ancora e la comunità scientifica di Oxford lo sta sperimentando ma ci vorranno mesi per averlo.
“Alcune persone incolpano la stregoneria per la morte improvvisa dei loro cari, altre ritengono che Ebola sia un inganno costruito ad arte per attrarre soldi e aiuti dall’estero”, scrive il sito di Radio France Internationale.
Insomma, non si crede realmente alla diffusione di un virus mortale come quello di febbre emorragica chiamato Ebola, e non si ha alcuna fiducia nel rimedio scientifico. Ma la storia passata parla: negli ultimi 50 anni Ebola ha ucciso ben 15mila persone: il più devastante è stato il focolaio del 2018. Durato una infinità di tempo e sconfitto solo grazie ad un impegno internazionale e locale senza precedenti. Il 18 novembre del 2020 il ministro della Sanità congolese Eteni Longondo, a fronte di un bilancio scioccante di 2900 morti, aveva dichiarato concluso l’undicesimo focolaio di Ebola, infarcito come non mai di “teorie del complotto” che avevano rallentato la somministrazione del vaccino.
A rallentare e rendere estenuante il lavoro eroico dei team sanitari (con i fondi dimezzati grazie alla ritirata di UsAid) è però anche la guerra.
Questa regione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo è sotto occupazione militare da anni e costantemente minacciata dalle milizie armate (Adf, M23 e wazalendo) che in questo caso ostacolano la libera circolazione degli interventi umanitari.
Tanto che, a sorpresa, hanno fatto la loro ricomparsa persino i Caschi Blu dell’Onu nell’Ituri.
Dopo almeno un anno di assenza – eccetto le scorte armate ad personam a protezione di gruppi privilegiati – i soldati della Monusco (la missione delle Nazioni Unite per il Congo) sono stati ingaggiati nuovamente.
Un virus che persino in contesti di pace, soldi e sicurezza sarebbe una difficile gatta da pelare, nell’Africa subsahariana sottoposta a numerose sfide concatenate, diventa un ostacolo insormontabile, simile ad una guerra per effetti e conseguenze.
Solo un intervento internazionale congiunto, e uno sforzo multilaterale, come quello che si sta mettendo in campo in queste settimane, possono scongiurare una tragedia di proporzioni enormi in Africa.
E dunque, ancora una volta, si conferma la necessità del multilateralismo come sola forza efficace per il contrasto delle emergenze complesse.
*Popoli e Missione
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