Intervista a padre Marco Pagani, missionario del Pime, direttore nazionale delle Opere pontificie missionarie in Algeria e impegnato nel Centre diocésain Pierre Claverie.
Padre Pagani, in un Paese quasi totalmente musulmano, che senso ha oggi la presenza cristiana?
È una domanda che ci viene posta spesso, anche in modo provocatorio. In realtà, ci aiuta ad andare al cuore del significato della presenza della Chiesa in Algeria. Si tratta di una presenza antichissima, che risale addirittura al I secolo dell’era cristiana, anche se già dal V secolo ha conosciuto un forte declino, prima per le divisioni interne, come lo scisma donatista, e poi con l’arrivo dell’islam nel VII secolo.
Questa presenza è mai scomparsa del tutto?
No, è sempre rimasto un piccolo resto, soprattutto nelle zone portuali, grazie ai commerci nel Mediterraneo. Successivamente, con la colonizzazione francese nel XIX secolo, la Chiesa cattolica è stata percepita come straniera. In parte questa caratteristica permane ancora oggi, dato che molti religiosi non sono algerini. Tuttavia, non sarebbe giusto fermarsi a questa lettura: esistono anche cristiani algerini, una minoranza, ma reale, e non solo cattolica.
Come si è evoluta la presenza della Chiesa dopo l’indipendenza del 1962?
Fino agli anni ’70 la Chiesa ha continuato a gestire opere educative e caritative, come scuole, dispensari e ospedali. Anche quando non è stato più possibile mantenere strutture proprie, non ha mai smesso di vivere accanto al popolo algerino, continuando a testimoniargli vicinanza e amore nella vita quotidiana.
Oggi quali sono gli ambiti principali di impegno?
L’attenzione è rivolta soprattutto alle persone più fragili. Penso ai bambini con problemi legati a difficoltà durante il parto o ai giovani con autismo, una realtà in crescita anche grazie a diagnosi più precise. In varie parti del Paese esistono centri che accolgono questi ragazzi e accompagnano le loro famiglie, aiutandole nei gesti quotidiani che favoriscono l’autonomia.
Non si tratta solo di bisogni materiali…
Esatto. Ogni malattia porta con sé anche una fragilità psicologica. Per questo è fondamentale sostenere questi giovani, soprattutto nell’adolescenza, aiutandoli a costruire la propria personalità e, quando possibile, a inserirsi nel mondo del lavoro, così da rafforzare autostima e indipendenza.
E per quanto riguarda gli anziani?
Anche loro sono al centro dell’attenzione. Ad Algeri esiste un gruppo che accompagna i malati di Alzheimer e le loro famiglie. Ad Orano e ad Annaba, l’antica Ippona di sant’Agostino, ci sono due case per anziani gestite dalle Piccole Sorelle dei Poveri. Proprio quella di Annaba sarà visitata da Papa Leone XIV.
Che rapporto c’è con la popolazione locale?
È un rapporto molto bello. Una suora mi raccontava che tutto ciò di cui hanno bisogno arriva gratuitamente dalla popolazione algerina. È un segno concreto di solidarietà e, per usare un’espressione cara a Manzoni, della Divina Provvidenza. Durante la recente festa di fine Ramadan, ogni giorno le suore hanno ricevuto doni di ogni tipo: cibo, dolci tradizionali e persino montoni e agnelli.
La Chiesa in Algeria mantiene anche una dimensione universale?
Certamente. Grazie a un accordo con lo Stato, forniamo assistenza ai migranti cristiani detenuti nelle carceri, attraverso visite regolari. È un modo per non dimenticare nessuno e vivere pienamente la nostra vocazione universale.
Nella quotidianità come si esprime questa presenza?
Con grande semplicità e con pochi mezzi. Attraverso le collette durante le celebrazioni eucaristiche cerchiamo di rispondere ai bisogni concreti dei poveri: cibo, vestiti, prodotti per l’igiene. È un servizio umile ma continuo.
In sintesi, come definirebbe la presenza della Chiesa in Algeria oggi?
È come una goccia in un mare. Una piccola presenza, fatta soprattutto di carità. Ma, come diceva Madre Teresa, senza quella goccia il mare sarebbe meno grande.