Domenica 15 novembre, nel pomeriggio, Leone XIV sarà a Pucallpa, capoluogo della regione amazzonica di Ucayali: è la prima volta di un Papa in questa città. Alle 15 incontrerà i missionari e i rappresentanti dei popoli amazzonici sul lungolago di Puerto Callao, a Yarinacocha, e alle 16.45 celebrerà la messa nella Villa Deportiva Regional Ucayali, prima di rientrare a Lima. Della città che lo attende parla al Sir don Luca Zanta, sacerdote fidei donum della diocesi di Milano e coordinatore della visita papale a Pucallpa.
Don Luca, che città è oggi Pucallpa dal punto di vista sociale ed economico? Quali sono i settori che fanno vivere il territorio e quali, invece, le sue principali fragilità?
Pucallpa è una tipica città amazzonica, in costante crescita perché, come tutte le grandi città latinoamericane, attira gente dalle periferie: in questo caso dai villaggi del fiume, ma anche e soprattutto dalla povertà della Selva Alta e della sierra. Anche se le possibilità di lavoro sono molte, soprattutto informale (in Perù il 70% del lavoro è informale), nelle periferie della città si vivono la povertà e la mancanza dei principali servizi di base. La classe media è costituita principalmente dagli insegnanti assunti dallo Stato, che così possono contare su uno stipendio fisso, e dai pochi dipendenti pubblici (personale dei Comuni, degli ospedali eccetera). In questi ultimi anni stanno crescendo le attività commerciali, grazie anche ai collegamenti migliori che la città ha rispetto ad altre, non unite da una strada alla capitale Lima: per esempio Iquitos, che è la città amazzonica più grande del Perù ma è raggiungibile solo via fiume o in aereo.
Pucallpa è cresciuta molto negli ultimi anni. Questa crescita ha prodotto più opportunità oppure ha anche accentuato disuguaglianze, periferie e difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali?
La città è cresciuta soprattutto per la migrazione interna, insieme a quella da altri Paesi come il Venezuela e la Colombia, perché il Perù è tra i Paesi latinoamericani con la crescita economica più alta del continente. La città continua a crescere, ma in modo disordinato. Non esiste un piano urbanistico, anche perché fuori dalla città gli spazi disponibili sono enormi. I terreni vengono invasi dalle “mafie”, che li occupano e poi li rivendono. Questo crea altra insicurezza: la gente si stabilisce su questi terreni senza la certezza di potervi restare, non può, anche volendo, costruire la casa, e i servizi di base, acqua e fognature, non esistono. Nelle periferie meno recenti questi servizi stanno arrivando piano piano e la presenza delle famiglie diventa più stabile. Dal punto di vista sociale uno dei problemi più evidenti è la discriminazione dei popoli originari, con l’“omogeneizzazione” della loro cultura. Per esempio, nei propri villaggi le donne shipibo-konibo sono le “regine” della casa: trasmettono la cultura, crescono i figli, lavorano la loro arte, il kené, provvedono al cibo. Quando arrivano in città sono costrette a vendere i loro prodotti artigianali per strada; gli uomini si vergognano di indossare gli abiti della loro tradizione e cambiano persino il nome shipibo con uno più “occidentale”; la cultura si perde e con essa le tradizioni. Molti entrano nel circolo della dipendenza dall’alcol. Soprattutto le persone che arrivano dal fiume vengono così emarginate e soffrono questa insicurezza economica. Dopo la pandemia di Covid sono cresciute molto anche la violenza e l’insicurezza per le strade.
Quali sono oggi le principali fonti di reddito e di lavoro a Pucallpa? E quali settori stanno crescendo di più, nel bene e nel male?
Il territorio del Vicariato apostolico di Pucallpa è grande come Lombardia e Piemonte messi insieme. Circa 600 mila persone vivono in città, altre 150 mila nel resto del territorio. Fuori dalla città si vive soprattutto di agricoltura: stanno crescendo la coltivazione del cacao biologico, molto richiesto in Europa, e quella della palma da olio, di cui la regione di Ucayali è la principale produttrice in Perù. In città arriva soprattutto il frutto di questo lavoro, il capitale. Insieme ai soldi dei narcotrafficanti, che usano piccoli appezzamenti di foresta per coltivare la coca, trasformata in pasta base ed esportata direttamente in America e in Europa, arrivano a Pucallpa i proventi della deforestazione, soprattutto illegale, e ultimamente si sta diffondendo l’estrazione illegale dell’oro. Le grandi attività presenti in città permettono di “ripulire” queste risorse. Il resto dell’economia sono le piccole imprese, i negozi e il terziario, che sta crescendo soprattutto grazie alle nuove tecnologie. Internet sta arrivando fino alle periferie più remote, anche grazie al satellite, e porta conoscenze ma anche una “globalizzazione” degenerativa tra i giovani.
Quanto incidono sul territorio fenomeni come deforestazione, traffici illegali, coltivazioni di coca e pressione sulle risorse naturali? Sono problemi percepibili anche nella vita quotidiana della città e delle comunità circostanti?
Come dicevo, questi fenomeni sono molto presenti, ma anche “nascosti”. Gli effetti più visibili sono la violenza, che sta crescendo, e una grande disponibilità di denaro che colpisce negativamente anche la gente, persino i più poveri. Per esempio si sta diffondendo la pratica dei prestiti “gota a gota”, goccia a goccia: imprenditori con grande disponibilità di denaro prestano soldi anche ai più poveri, a tassi d’usura altissimi. La gente, pur non potendoselo permettere, si indebita anche per due o tre anni, e poi di solito non riesce a ripagare. Nei casi più estremi, quando il debito non viene pagato, si arriva all’omicidio.
Qual è oggi il rapporto tra Pucallpa e le comunità indigene dell’Ucayali? La crescita economica e urbana sta creando integrazione oppure rischia di aumentare la distanza tra città e territori indigeni?
A volte si rischia di pensare ai popoli originari, gli indigeni, come a musei viventi. Soprattutto qui a Pucallpa i popoli shipibo-konibo, asháninka e alcuni yine e kokama sono integrati. Molta popolazione indigena vive già da decenni in città, ha studiato e lavora nei settori dell’educazione e della salute, e alcuni sono imprenditori. Il problema più grande è la perdita della cultura e l’abbandono dei propri territori. I giovani che vengono a studiare a Pucallpa poi non vogliono tornare nel loro territorio: si sono ormai abituati a un certo tipo di vita, che noi diciamo “civilizzato”. Così però non c’è più chi difende il territorio amazzonico, che i “civili” poi vanno a distruggere. I pochi che restano, i difensori del territorio, sono minacciati e rischiano la vita. La regione di Ucayali detiene il primato in Perù per il maggior numero di omicidi di difensori dell’ambiente e leader indigeni: almeno 11 tra il 2019 e il 2024, legati alle minacce di organizzazioni criminali dedite al disboscamento illegale, al narcotraffico e al traffico di terreni. Un esempio virtuoso è l’università Nopoki, ad Atalaya, che forma insegnanti nella loro lingua madre, perché restino a insegnare nei propri villaggi e custodiscano la propria cultura.
Sanità, istruzione, trasporti e collegamenti restano nodi delicati in una regione così vasta. Quali sono, secondo lei, le carenze più urgenti e dove si vedono maggiormente?
Naturalmente sono tutti importanti. In generale la gestione è di tipo nordamericano: scarsa qualità e pessimo servizio in ciò che è a carico dello Stato, e uno spazio sempre più grande per scuole, università e cliniche private. Un problema serio è anche quello dei trasporti. Da un lato i governi regionali e locali avanzano molto lentamente nella costruzione di infrastrutture di base, come le strade che collegano Pucallpa alle cittadine più piccole; dall’altro si propongono sempre più spesso macroprogetti infrastrutturali che però andranno a beneficio solo degli interessi economici. Faccio due esempi. Il primo è l’Idrovia amazzonica, il progetto di dragare il fiume Ucayali da Pucallpa fino a Iquitos e oltre, per permettere a imbarcazioni sempre più grandi di entrare e “saccheggiare” l’Amazzonia. L’altro è la Bioceanica. Dopo l’inaugurazione, nel 2024, del porto di Chancay, a nord di Lima, costruito dalla Cina per esportare le materie prime acquistate nelle miniere peruviane, si vuole collegare con una ferrovia Pucallpa a Lima, e quindi al porto di Chancay. Da Pucallpa a Cruzeiro do Sul, la prima città brasiliana dopo il confine, ci sono poco più di 200 chilometri, e da lì si arriva fino all’oceano Atlantico. Naturalmente questi progetti vengono proposti e approvati dai governi senza mai consultare le popolazioni che vivono dove saranno realizzati e dove, soprattutto, se ne vedranno i peggiori effetti, l’inquinamento e l’invasione.
In questo contesto, quale significato assume la visita di Leone XIV a Pucallpa e l’incontro con missionari e rappresentanti dei popoli amazzonici?
Innanzitutto la visita del Santo Padre a Pucallpa è un grande dono del Signore. Pensare che il Papa visiti la periferia della periferia, e che venga a celebrare la prima Eucaristia presieduta da un Papa in Amazzonia nella storia della Chiesa, ci rende particolarmente grati e orgogliosi. Inoltre, se in tutto il mondo la visita del Papa peruviano è vista come il ritorno del Papa “a casa sua”, qui a Pucallpa Leone XIV celebrerà l’incontro del Papa con tutta l’Amazzonia. Saranno presenti rappresentanti degli otto Vicariati apostolici che compongono l’Amazzonia peruviana, ma anche dei nove Paesi del bioma amazzonico. Rispetto alla visita di Papa Francesco a Puerto Maldonado nel 2018, dove il Santo Padre lanciò l’apertura del Sinodo per l’Amazzonia, in questi anni il cammino della Chiesa in Amazzonia è cresciuto. Dopo il Sinodo del 2019 Papa Francesco ci ha regalato Querida Amazonia; ne sono nati la Ceama, la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia, e il Puam, il Programma universitario amazzonico; è cresciuto il cammino sinodale delle Chiese locali e si cerca di accompagnare, senza sostituirla, la cultura dei popoli originari e di dialogare, soprattutto nell’ascolto, come farà il Santo Padre Leone XIV arrivando a Pucallpa, sul lungolago di Yarinacocha, dove incontrerà le delegazioni indigene di tutta l’Amazzonia.