Papa Giovanni XXIII: il Papa che con il Concilio Vaticano II aprì le porte del futuro

Scritto il 03/06/2026
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Giovanni XXIII rimane nella memoria collettiva come il pontefice del sorriso aperto, della bontà immediata, della carezza ai bambini nel celebre “Discorso alla Luna” pronunciato la sera dell’apertura del Concilio Vaticano II. Eppure, dietro quell’immagine familiare e rassicurante, si nascondeva una personalità capace di imprimere una svolta profonda alla vita della Chiesa e di incidere sul destino del mondo in un secolo attraversato da conflitti, ideologie e trasformazioni radicali. Nel pieno del Novecento, quando molti pensavano che la stagione dei grandi cambiamenti fosse ormai conclusa, Angelo Roncalli seppe sorprendere tutti: un uomo mite, ma dotato di una forza interiore che nasceva dalla fedeltà assoluta al Vangelo. Non era considerato un papa destinato a “fare la storia”, eppure la storia l’ha attraversata con passo deciso, senza clamori, semplicemente vivendo ciò che credeva.

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Il Concilio Vaticano II, da lui annunciato con semplicità e coraggio, non fu un gesto di potere. Le sue encicliche restano come fari accesi in un mondo che continua a cercare una pace fondata sulla giustizia e sulla dignità di ogni persona. Roncalli, salito sul trono di Pietro, non smise mai di essere un credente che prendeva sul serio ogni parola del Vangelo, e questo permise di parlare al cuore della gente.

Nel giorno della sua memoria liturgica, la sua figura torna al centro dell’attenzione non solo per l’immagine popolare del Papa Buono, ma per il peso storico del suo pontificato e per la forza profetica di un’enciclica sulla pace scritta in un tempo di tensioni internazionali che, per molti aspetti, ricorda il nostro.

La sua storia inizia a Sotto il Monte, nel 1881, in una famiglia contadina “modesta e povera, ma timorata di Dio”. “Eravamo poveri – ricordava – ma contenti e fiduciosi dell’aiuto della Provvidenza”. In quella casa dove “alla nostra tavola non c’era pane, solo polenta”, maturò una fede concreta, radicata nella vita quotidiana, che sarebbe diventata la cifra del suo ministero. “Ho avuto la grazia di nascere in una famiglia cristiana. Fin da bambino non ho pensato ad altro”.

Foto Calvarese/SIR

Entrato in seminario a undici anni, iniziò a scrivere il “Giornale dell’Anima”, lasciando pagine che definì così: “La mia anima è in questi fogli più che in qualsiasi altro scritto”. Grazie a una borsa di studio arrivò al Seminario Romano, dove confidò ai genitori il desiderio di essere prete “non per far quattrini ma piuttosto e solo per far del bene alla povera gente”.

Ordinato nel 1904, divenne segretario del vescovo mons. Radini Tedeschi, dal quale imparò la visione pastorale ampia e il “pensare in grande”. Durante la Grande Guerra servì come cappellano, vivendo da vicino il dramma dei soldati. Nel 1921 arrivò la chiamata a Propaganda Fide.  Seguì una lunga stagione diplomatica. In Bulgaria visse un decennio difficile ma fecondo, segnato da un “apprendistato quasi ecumenico”. In Turchia e Grecia attraversò gli anni della guerra, imparò il turco, pregò e cantò “Dio sia benedetto” nella lingua del Paese, e si impegnò per salvare migliaia di ebrei. Nel 1944, a Istanbul, pronunciò parole che anticipavano il Concilio: “Gesù è venuto per abbattere queste barriere”.

Nunzio a Parigi dal 1944, contribuì alla ricostruzione morale della Francia del dopoguerra. Nel 1953 fu nominato patriarca di Venezia: “Alla mia età che ci può essere di più bello della mia piccola Sotto il Monte?”. Ma il suo cammino stava per cambiare ancora.

Il 28 ottobre 1958 venne eletto Papa. “L’onore e il peso del pontificato di nulla aver fatto per provocarlo”, disse con la sua consueta umiltà. Scelse il nome Giovanni, spiegando: “Questo nome ci è dolce” perché “nome di nostro padre”. Da subito ruppe gli schemi: visitò ospedali, carceri, bambini (“date una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa”), instaurò un rapporto diretto con i media: “sono venuto qui per vedervi e non per farvi un discorso”.

Il 25 gennaio 1959 annunciò il Concilio Vaticano II e all’apertura, l’11 ottobre 1962, indicò la rotta: “La Chiesa preferisce usare la medicina della misericordia”. E ancora: “Altra cosa è il deposito della fede” e altra cosa è “la forma con cui quelle vengono enunciate”.

Foto Siciliani-Gennari/SIR

Nel pieno della Guerra Fredda divenne voce di pace. Durante la crisi dei missili a Cuba celebrò una Messa nella cappella privata e da quell’esperienza nacque la Pacem in Terris, rivolta “a tutti gli uomini di buona volontà”, una pace “fondata sulla verità, costruita secondo giustizia, animata ed integrata dalla carità e posta in atto nella libertà”.

Il suo pontificato fu breve ma intensissimo: nominò 57 cardinali, aprì la Chiesa al mondo, ridisegnò il Collegio cardinalizio rendendolo più universale. Morì il 3 giugno 1963. Giovanni Paolo II lo beatificò nel 2000, proponendolo come modello di pastore vicino alla gente. Papa Francesco lo canonizzò nel 2014, riconoscendone la santità senza attendere il secondo miracolo, come lui stesso aveva fatto per Gregorio Barbarigo. A don Loris Capovilla, suo fedele segretario sin dal Patriarcato di Venezia, lasciò parole che restano un programma: “Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.

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