“L’università è un luogo che non deve insegnare solamente nozioni e materie, ma anche la vita”. In cima alla scalinata della cappella della Sapienza, don Gabriele Vecchione indica la soglia che il prossimo 14 maggio sarà varcata da Papa Leone XIV. Da quella porta entrerà il Pontefice per una preghiera silenziosa, primo passaggio di una visita molto attesa nell’ateneo con il più alto numero di iscritti d’Europa. Seguiranno l’incontro con la rettrice e il discorso alle autorità accademiche. Il cappellano attende l’arrivo con uno sguardo che va oltre il protocollo: “Mi piace molto che i ragazzi della Sapienza abbiano la possibilità di sentire la sua voce, di vedere la sua persona”. Un ateneo che accoglie iscritti da ogni parte del mondo: “Qua si gioca il futuro dell’umanità, perché qua vengono formati i cuori delle giovani generazioni”. La sosta iniziale in cappella è per don Vecchione un segno preciso: “La cosa più importante di tutte è pregare. Siamo molto contenti e onorati che il Papa abbia scelto questo posto”.
(Foto Calvarese/SIR)
Una nuova fase nei rapporti tra Chiesa e ateneo
L’ultima visita di un Pontefice alla Sapienza risale a Giovanni Paolo II, accolto nell’ateneo nel 1991 e poi nel 2003, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza. Diciotto anni fa, nel gennaio 2008, Benedetto XVI rinunciò invece a partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico dopo le proteste di una parte di docenti e studenti. Un passaggio rimasto nella memoria pubblica come una ferita simbolica. Don Vecchione invita però ad allargare lo sguardo: “Sicuramente la frattura non è dovuta al 2008”, precisa, individuando una distanza più antica tra cultura laica e tradizione ecclesiale.
“La Chiesa deve saper stare nel XXI secolo”, sottolinea don Gabriele Vecchione, che interpreta la visita di Leone XIV come “l’inaugurazione di una nuova fase dei rapporti tra la fede e il sapere, e tra la Chiesa di Roma e l’università di Roma”.
Un’istituzione che il cappellano descrive come “una grande sede della cultura pubblica italiana, dove la voce della Chiesa talvolta stenta anche a sentirsi”. Nelle aule dell’ateneo, ricorda, si sono formati dieci premi Nobel, tra cui Giorgio Parisi: “Ci sono delle punte assolute, ineguagliate in Europa e forse anche nel mondo”. La cappella, intanto, intercetta quotidianamente una popolazione studentesca eterogenea, anche grazie alla collocazione fisica che sovrasta l’aula studio frequentata da centinaia di giovani: “Vengono ragazzi di tutti i tipi, anche di altre religioni, e ragazzi non credenti”.
di Marco Calvarese
Il desiderio dei giovani e il messaggio di pace
Nell’ascolto quotidiano degli studenti, don Vecchione coglie una domanda che eccede la performance accademica. “C’è una desertificazione del senso, e la Chiesa ha una grandissima tradizione spirituale che può ancora parlare all’uomo del XXI secolo”, afferma. Studio e lavoro andrebbero riproposti come vocazione, sostiene il sacerdote: “Si deve ritornare a parlare dello studio accademico e del lavoro professionale come una missione”. Una prospettiva condivisa dai giovani che frequentano la cappella. Giovanni Facchinetti, prossimo alla laurea in Medicina e chirurgia, racconta l’attesa per l’evento: “È una grandissima emozione. Vedere il Papa che viene da Città del Vaticano per conoscerci, per stare tra noi, è sicuramente un motivo di orgoglio”. Tra i suoi desideri, “costruire una famiglia e portare avanti dei valori cristiani, e riuscire nell’intento di non sprecare la propria vita”. Filippo Cussino, ventottenne laureato in Scienze politiche, ha incontrato la fede in un momento difficile: “C’era il rosario, sono entrato e ho iniziato a farlo. Mi sono ritrovato in una situazione come se fosse una seconda casa”. Sul Pontefice, lo studente individua una linea di continuità con il predecessore: “Papa Francesco a livello di empatia, Papa Leone a livello di diplomazia”. Mentre il cappellano rientra nel suo ufficio, sul tavolo lo aspettano alcuni biglietti e libri lasciati dagli studenti passati in sua assenza. Piccoli pegni di un legame quotidiano.
“Il tema della pace”, anticipa il cappellano, “attraverserà l’intera giornata”.
Nel messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026, presentato in Vaticano lo scorso dicembre, Leone XIV ha denunciato come blasfemia la strumentalizzazione religiosa della violenza. “È una cosa che nel 2026 dobbiamo ancora dire”, conclude don Vecchione: “Quando Papa Leone parla di pace non fa geopolitica, annuncia il Vangelo”.
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