Nunzio apostolico in Ucraina, mons. Visvaldas Kulbokas (foto Mean)
“Sì, è evidente che siamo stanchi. Oltre a tutte le conseguenze dirette della guerra, alle emergenze umanitarie, alle questioni diplomatiche, spirituali, morali ed economiche, c’è anche la difficoltà concreta di vivere quotidianamente sotto i bombardamenti”. Il nunzio apostolico di Kyiv, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas descrive così la situazione in città dove continuano i bombardamenti e dove solo due giorni fa un massiccio attacco russo, con missili balistici e droni, ha ucciso almeno 15 persone e ne ha ferite altre 51. “Kiev rappresenta un caso particolare”, spiega il nunzio. “A differenza delle città vicine al fronte, come Kharkiv o Zaporizhzhia, che vengono colpite con diversi tipi di armi, la capitale è bersaglio soprattutto di missili balistici, armi estremamente potenti. Gli attacchi avvengono con una certa regolarità: prendendo come riferimento i mesi di luglio e agosto, la media è stata di un bombardamento pesante ogni tre giorni. Questo significa che, in pratica, ogni tre notti la città deve affrontare un attacco significativo”. Ogni volta che un missile esplode anche a circa un chilometro di distanza, l’onda d’urto si fa sentire chiaramente. La terra trema. Che ci si trovi in un rifugio o in casa, è praticamente impossibile dormire. Il nunzio racconta che gli ultimi dati statistici mostrano un aumento del numero di persone che durante gli allarmi si rifugiano nelle stazioni della metropolitana di Kiev. Nel mese di maggio, in media, vi scendevano tra le 32.000 e le 40.000 persone; nelle ultime settimane il numero è salito a circa 56.000. Non si sa mai in anticipo quando inizierà un bombardamento e, una volta che l’attacco è in corso, spostarsi diventa ancora più rischioso. Neanche i rifugi garantiscono la sopravvivenza. “A meno che non siano stati progettati specificamente per resistere a questo tipo di attacchi – dice il nunzio – se un missile di grande potenza colpisce direttamente un edificio, la possibilità di salvarsi è minima”.
(Foto AFP/SIR)
Che cosa la preoccupa di più e per chi è maggiormente preoccupato?
Le preoccupazioni sono davvero molte. Sarebbe difficile elencarle tutte, perché i bombardamenti finiscono per incidere su ogni aspetto della vita: l’energia elettrica, l’acqua, il gas, l’approvvigionamento alimentare, i servizi pubblici. Le conseguenze sono gravi e su tutti i fronti. Se però parliamo delle persone, ciò che mi preoccupa maggiormente sono i genitori, le mamme e i papà. Vivere questa situazione è già difficile ma lo è molto di più quando si hanno figli piccoli da proteggere e di cui occuparsi. Un altro aspetto che mi è stato riferito da persone impegnate nell’ambito ospedaliero riguarda gli adolescenti. Non posso entrare troppo nei dettagli, anche per ragioni legate alla comunicazione e alla sicurezza, ma posso dire in termini generali che dopo ogni attacco, compreso quello avvenuto la scorsa notte, diventa necessario un enorme lavoro di sostegno psicologico. Si tratta soprattutto di accompagnare gli adolescenti e i giovani più fragili, per evitare che aumenti il rischio di comportamenti autolesivi o di suicidio in questa fascia della popolazione. Chi perde un genitore, un familiare o la propria casa si trova infatti in una condizione di particolare vulnerabilità.
Bambini e adolescenti sono spesso le vittime più esposte alle conseguenze emotive e psicologiche della guerra, e per questo richiedono un’attenzione speciale.
(Photo European Commission)
Di fronte a un dolore così immenso, la domanda che molti si pongono è: che fine ha fatto la diplomazia?
Anzitutto, anche in occasione della visita qui in Ucraina dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, e degli incontri avuti con le autorità, è emerso che alcuni risultati intermedi sono stati raggiunti. I negoziati di pace, in situazioni come questa, non sono semplici. Occorre definire una quantità enorme di dettagli e non basta limitarsi a dichiarare la pace. Se non esiste un meccanismo concreto che ne garantisca l’applicazione, qualsiasi accordo rischia di rimanere solo sulla carta. Per questo sarebbe illusorio pensare di potersi incontrare per un giorno e annunciare con leggerezza di aver raggiunto la pace: un’intesa costruita in questo modo difficilmente potrebbe funzionare. In altre parole, qualche passo avanti è stato compiuto. Tuttavia, il lavoro non è ancora concluso e, per portarlo a termine, sono necessarie condizioni favorevoli anche sul piano internazionale.
Cosa intende dire?
Quando, ad esempio, si aprono altre crisi internazionali, come quelle che coinvolgono lo Stretto di Hormuz, l’Iran o Israele, l’attenzione, le energie e le risorse diplomatiche vengono inevitabilmente indirizzate verso quei fronti. Di conseguenza, resta meno spazio politico e diplomatico per seguire il conflitto in Ucraina. È una dinamica quasi inevitabile. L’espressione “comunità internazionale” suona bene ed è certamente evocativa, ma nella realtà i soggetti che hanno davvero la capacità di influire sui processi di pace sono pochi: pochi Paesi, pochi governi, pochi leader politici. E spesso questi stessi attori faticano a gestire contemporaneamente due o tre crisi internazionali di grande portata. Per portare avanti negoziati di questo livello occorre una combinazione di fattori complessa e rara. Serve certamente autorevolezza morale da parte di chi promuove o conduce il dialogo, ma non basta. Sono necessarie anche credibilità politica, peso economico e capacità diplomatica. Non a caso, l’attenzione si concentra spesso sugli Stati Uniti o su grandi potenze come la Cina. Sono tra i pochi Paesi che dispongono contemporaneamente di influenza militare, forza economica, capacità diplomatica e di un livello di autorevolezza sufficiente per incidere sul corso degli eventi. Ed è proprio questa, a mio avviso, la principale difficoltà.
ospedale pediatrico “Okhmatdyt” di Kiev (foto Mean)
Lei parlava di “passi intermedi” già raggiunti. A che cosa si riferiva esattamente?
Quando parlo di passi intermedi, mi riferisco soprattutto al lavoro sui dettagli.
Prima di poter affermare che è stato raggiunto un accordo, è necessario definire un modello e un meccanismo concreto che ne renda possibile l’attuazione.
Non basta infatti dichiarare un cessate il fuoco. Occorre stabilire come dovrà essere monitorato, chi ne garantirà il rispetto e quali strumenti saranno messi in campo per verificarne l’applicazione. L’elaborazione di questi meccanismi non significa che la pace sia ormai vicina, ma rappresenta un elemento fondamentale nel caso in cui si arrivi a un accordo. È a questo genere di progressi che mi riferisco quando parlo di passi intermedi.
Nonostante le altre crisi internazionali che nel frattempo si sono aperte, nonostante i pochi attori capaci di incidere siano impegnati su più fronti, lei continua a sperare?
Sì, continuo ad avere speranza. Anzi, le persone che occupano i livelli più alti delle istituzioni ucraine condividono questa speranza anche con noi, perché vedono che esiste ancora la possibilità di giungere a qualche forma di accordo. Dal punto di vista diplomatico, dunque, c’è speranza. Tuttavia, è necessario lavorare seriamente e con continuità. Servono poi attori internazionali autorevoli e influenti che accompagnino e sostengano questo processo. Non si può lasciare l’Ucraina sola, perché in quel caso il raggiungimento di una soluzione diventerebbe estremamente difficile, se non impossibile.
Se il lavoro diplomatico viene portato avanti con determinazione e responsabilità, allora c’è motivo di sperare. Se invece l’impegno resta sporadico, superficiale o limitato a dichiarazioni di principio, allora questa speranza tende ad affievolirsi.
(Foto SIR)
Purtroppo, succede spesso.
Quando vedo che da molte parti ci si ferma alle parole, a comunicati o a dichiarazioni che non producono conseguenze concrete, penso che non si stia affrontando il problema con la necessaria serietà. In quei momenti mi affido soprattutto alla preghiera, perché so che là dove l’azione umana non riesce ad arrivare, possiamo rivolgerci al Signore chiedendo la Sua misericordia. Tuttavia, desidero ribadire che, anche dal punto di vista umano, quando si lavora con impegno, competenza e perseveranza,
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