Dal monastero di Montecassino, fondato da san Benedetto sul luogo di un antico tempio dedicato ad Apollo, fino a Norcia, sua città natale. Tra le due città simbolo del monachesimo benedettino, nell’arco di ventiquattr’ore, il card. Pierbattista Pizzaballa ha sviluppato una profonda riflessione sulla pace, sul dialogo e sulla responsabilità personale di fronte alle tragedie che continuano a insanguinare la Terra Santa. L’11 luglio, ricevendo a Norcia il primo Premio internazionale San Benedetto da Norcia, il patriarca latino di Gerusalemme ha affidato ai presenti una riflessione che parte dalla situazione mediorientale ma interpella l’intera società europea. La città umbra, segnata dalla ferita del terremoto e divenuta simbolo di rinascita, ha fatto da cornice a un incontro nel quale il dialogo è stato indicato come l’unica alternativa all’odio e alla contrapposizione.
Dialogo indispensabile. “Parlo sempre di dialogo, ma dobbiamo evitare che il dialogo diventi semplicemente uno slogan”, ha ammonito il cardinale dialogando con la giornalista Carmen Lasorella. Il rischio, ha spiegato, è quello di ridurre il confronto tra persone, popoli e religioni a una successione di incontri e dichiarazioni senza conseguenze concrete. “Esiste anche quello che, un po’ cinicamente, possiamo chiamare il ‘business del dialogo’: incontri, convegni, dichiarazioni, senza che tutto questo si trasformi in relazioni reali e, talvolta, senza nemmeno crederci fino in fondo”. Eppure, ha aggiunto, non esistono alternative.
“Il dialogo resta indispensabile. Senza dialogo cosa facciamo? Lasciamo il terreno all’odio, al rancore, a chi vuole distruggere. Non possiamo permettercelo”.
Recuperare fiducia. Al centro del suo intervento la necessità di recuperare la fiducia, oggi profondamente compromessa in Terra Santa. “Il dialogo interreligioso, a livello istituzionale, oggi è fermo. La guerra a Gaza ha spezzato la fiducia tra le comunità. Siamo arrivati al punto che, anche se alcuni leader religiosi volessero incontrarsi pubblicamente, spesso non potrebbero farlo perché le rispettive comunità non lo comprenderebbero”. Una situazione difficile che, però, non cancella il lavoro svolto negli anni. “Quello che è stato fatto in passato non è andato perduto. Non stiamo ripartendo da zero, ma siamo all’inizio di una nuova fase”. Per affrontarla servono persone capaci di assumersi responsabilità personali. “Le cose non cambiano mai da sole: c’è bisogno di qualcuno disposto a metterci la faccia e ad aprire la strada. Quando ci sono solo macerie è difficile essere i primi, ma grazie a chi apre un cammino sarà più facile per chi verrà dopo”.
Costruire reti. Da qui l’invito a costruire reti di solidarietà e collaborazione. “Abbiamo bisogno di persone capaci di stare tra le macerie della devastazione umana che stiamo vivendo e di aprire una strada nuova, pagando anche di persona, se necessario. Abbiamo bisogno di persone capaci di fare rete”. Per Pizzaballa, il dialogo autentico nasce dall’ascolto reciproco. “Non il dialogo del ‘bla bla’ o del semplice ‘volemose bene’, ma un dialogo che sappia guardare negli occhi l’altro, riconoscerne l’esistenza e ascoltarlo davvero”.
“Senza ascolto non esiste dialogo”.
Un percorso che richiede pazienza e tempi lunghi: “Forse non vedremo noi i risultati; forse servirà una generazione, o più di una. Ma questo non ci esime dal cominciare”.
Non i grandi leader, ma le persone comuni. Le figure che più alimentano la sua speranza “non sono i grandi leader, ma le persone comuni”. “Sono i piccoli delle parrocchie, i sacerdoti, le religiose, i laici, i volontari”, ha detto il patriarca. Persone che continuano a sostenere la vita quotidiana delle comunità. “A Gaza, in Cisgiordania e in tanti altri luoghi vedo persone che generano vita, che consolano, che difendono i più vulnerabili. Dove si genera vita, il male non può prevalere. Ciò che genera vita è l’amore”. Richiamando l’immagine della Gerusalemme celeste, il patriarca ha indicato una direzione precisa: “La Gerusalemme celeste è una città con le porte sempre aperte e sempre illuminata. Per questo il nostro compito è tenere le porte aperte”. In un tempo dominato dalla paura e dalla sfiducia, ha aggiunto, “la tentazione è chiudersi; la risposta invece è restare aperti all’incontro e all’ascolto”.
Il card. Pizzaballa ha risposto anche ad alcune domande dei giovani della Consulta di Norcia: con loro ha insistito sul tema della “pace dal basso”. “La pace dall’alto ha fallito”, ha osservato, spiegando che gli accordi politici non bastano se non sono accompagnati da percorsi culturali, educativi e sociali. “La pace nasce dal basso. Deve diventare una cultura, un modo di pensare e di vivere”. Ai giovani ha affidato un compito preciso:
“La critica e la denuncia sono necessarie, ma non bastano. Abbiamo bisogno di testimoni credibili, di persone che abbiano una visione, un sogno”.
(Foto ANSA/SIR)
A Montecassino. Concetti che il patriarca aveva già espresso il giorno precedente, il 10 luglio, a Montecassino, ricevendo il Premio internazionale ‘Pacis Nuntius’. Anche in questa occasione il riferimento a san Benedetto è stato centrale. “Il premio che ho ricevuto oggi è anche una responsabilità. San Benedetto ha cambiato il corso degli eventi in Europa e non solo. Questo premio ci ricorda che anche noi dobbiamo assumerci la stessa responsabilità, ciascuno nel proprio contesto e nel proprio ruolo”. A Montecassino il cardinale ha definito il dialogo come “la chiave del futuro”, ribadendo che esso “ha bisogno di testimoni credibili e deve essere legato al territorio, alle situazioni reali, con persone disposte a mettersi in gioco e a incontrarsi”. Parlando della situazione mediorientale, ha inoltre sottolineato che “cristiani, ebrei e musulmani che si incontrano pubblicamente possono essere visti come persone che tradiscono le proprie posizioni o la propria comunità. Proprio per questo incontrarsi è importante”. Da qui la convinzione che “nessuno da solo ha la chiave per cambiare le situazioni” e che “la strada per trovare soluzioni è comunque comune”. Nel ricordare che “l’80% di Gaza è distrutta”, Pizzaballa ha richiamato il valore simbolico dell’abbazia di Montecassino, anch’essa rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale. E ha proposto una visione dei confini non come muri ma come opportunità di incontro:
“I confini tra gli Stati e i popoli resteranno. Ma devono essere luoghi di incontro e di passaggio”.
Lo sguardo si è infine allargato alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. “Bisogna prepararsi, perché le sfide che pone sono nuove non solo dal punto di vista culturale, ma anche etico”. Per il patriarca occorre investire in formazione e collaborazione: “La prima cosa da fare è prepararsi, studiare, valutare, creare reti. Nessuno ha le risposte da solo su temi così complessi”. Senza mai perdere di vista la centralità della persona: “Per quanto l’intelligenza artificiale possa essere preziosa e importante, alla fine le relazioni umane si basano sulle persone e sulle relazioni. Ed è lì che la Chiesa dovrà essere presente”.
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