A volte un dato dice più di mille analisi. Nella veglia pasquale del 2025, in Francia, sono stati battezzati 10.384 adulti e oltre settemila adolescenti: il 45% in più rispetto all’anno prima, il doppio rispetto a due anni prima. In Inghilterra, per la prima volta in cinquecento anni, i cattolici stanno per superare gli anglicani. A Tor Vergata, nell’estate giubilare, un milione di ragazzi sotto i trent’anni ha riempito una spianata che molti ricordavano come archeologia del Duemila. Numeri che non si lasciano archiviare come anomalie: indicano un movimento sottile, che attraversa proprio quei contesti che il Novecento aveva immaginato come terreno definitivamente perduto dal religioso.
È a partire da segnali come questi che Matteo Matzuzzi, vaticanista de “Il Foglio”, costruisce “Dio non è morto. Perché il futuro non sarà secolare” (Mondadori), un saggio che attraversa cinque continenti per mettere in discussione una delle narrazioni più consolidate del nostro tempo. La tesi è chiara e quasi controintuitiva: l’annuncio nietzschiano della morte di Dio è stato quantomeno affrettato, e il mondo non è mai stato religioso come in questo nostro presente. Non si tratta di un ritorno trionfale del sacro, ma di un fenomeno più sotterraneo, che Jürgen Habermas ha provato a nominare con la formula di “società post-secolare”: società occidentali trasformate, eppure attraversate da un ritorno del religioso nella vita pubblica.
Il libro non si concede però alcuna scorciatoia consolatoria. Se Dio torna, torna anche nelle sue forme più ambigue. Negli Stati Uniti, dove il funerale-rinascita di Charlie Kirk in uno stadio dell’Arizona ha mostrato la saldatura tra appartenenza religiosa e appartenenza nazionale, tra croci brandite come vessilli e invocazioni all’Altissimo intrecciate al “Make America Great Again”. In Israele, dove la destra ortodossa nazionalista spinge per una “purezza” dell’ebraismo che produce fratture interne prima ancora che esterne. Dio, in questi scenari, smette di essere orizzonte di senso e diventa strumento di lotta, vessillo da alzare davanti al nemico da annientare. È il paradosso più inquietante del ritorno religioso: la fede che si fa identità politica perde la capacità di interrogare il potere.
Particolarmente acuta è la lettura del nodo americano. Matzuzzi ricostruisce con precisione la rottura tra Roma e Washington, dalle parole del vicepresidente Vance sull’ordo amoris al post in cui l’allora card. Prevost rilanciava un articolo dal titolo eloquente: “JD Vance sbaglia: Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri”. Pochi mesi dopo quel rilancio, Prevost sarebbe stato eletto Pontefice. L’autore coglie con finezza il tratto distintivo del nuovo Papa: statunitense per nascita ma “il meno americano fra gli americani”, segnato dai vent’anni peruviani, estraneo allo spirito delle guerre culturali che ha dominato per decenni l’episcopato a stelle e strisce.
Il capitolo più denso resta forse quello europeo. Qui non si nasconde la sofferenza: il crollo spagnolo, la Polonia che resiste “ancora per poco”, la Germania tentata da deliberazioni calate dall’alto. Eppure proprio nelle terre più laicizzate qualcosa si muove dal basso: nei moduli compilati dai catecumeni francesi si legge una “sete di interiorità” che si credeva confinata al passato, accompagnata dalla volontà di condividere senza complessi la propria fede. Non è il ritorno della cristianità trionfante, che l’autore dà per definitivamente conclusa. È piuttosto, citando il domenicano Timothy Radcliffe, l’emergere di una “controcultura”: minoranze convinte che cercano qualcosa di “alto” non per condizionamento familiare, ma per scelta.
Il libro ha il pregio di non concedersi né al pessimismo apocalittico né al trionfalismo apologetico. Riconosce che il tempo della cristianità è finito e non tornerà, soprattutto nella stanca Europa demograficamente sfibrata. Ma proprio in questa accettazione realistica trova lo spazio per una domanda più seria: quale forma assumerà il cristianesimo quando non sarà più ovvio, quando credere tornerà a essere fiducia personale e non eredità culturale? La risposta che si intravede non è confortante né dimostrativa, ma onesta. E lascia il lettore davanti a una soglia che riguarda anche la coscienza ecclesiale italiana: se il risveglio parte dal basso, dalle nicchie e dalle minoranze, cosa resta da fare alle istituzioni che hanno accompagnato per secoli la fede della maggioranza?
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