Uno dei grandi che hanno fatto il calcio. E il costume

Scritto il 19/09/2026
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“Sarti Burgnich Facchetti”, e via via tutti i grandi 11 che fecero non solo l’Inter di Herrera, ma un’epoca intera. Quella litania che non era solo nel cuore dei giovani di allora, ma la si ripete anche oggi come un mantra che ricorda gli undici che hanno fatto la storia del calcio, non solo dell’Inter, oggi si ferma, perché il protagonista di quella stagione non solo interista ma anche nazionale, se ne è andato.
Sandro Mazzola era stella cometa, faro di sport e pure di vita, perché in campo e fuori, e persino da commentatore sportivo oltre che da dirigente, era sempre lui, il signore che vagava per il campo da punta, mezzapunta, attaccante che improvvisamente mutava quel vagare a testa alta in un zig-zag tra le gambe e i corpi di difensori e centrocampisti avversari, per deporre gentilmente in rete il pallone.
La nazionale, l’Inter, il calcio intero e lo sport gli devono molto, anche perché rappresenta una continuità non clientelare: il padre, Valentino, era stato uno dei grandi del Torino, che morirono nella tragedia del Superga, quando l’intero grande Torino trovò la morte nell’incidente aereo del 1949, e Alessandro, diventato il grande Sandro, aveva sette anni.
Si è fatto da solo, facendo vedere in campo che non era questione di cognome, ma di una classe eccelsa, che tra i Sessanta e i Settanta gli permise di essere annoverato tra i primi giocatori del mondo e di sempre.
Da centrocampista avanzato riuscì a diventare goleador più dei centravanti di sfondamento di allora, tant’è che fu il miglior marcatore nella coppa dei campioni 1963-64. Ci ha portato alla vittoria nel campionato d’Europa dell’anno della contestazione studentesca, e non solo degli studenti: il 1968.
La sua rivalità con Rivera era mediatica, voluta dalla nascente necessità di contrapposizione dualistica e manichea, e in realtà Mazzola e Rivera rappresentavano due modi diversi di concepire il calcio. E di giocarlo. La pragmaticità geniale e la capacità di puntare a rete di Sandro, l’eleganza e la padronanza geometrica del campo di Gianni, elementi che hanno fatto la storia di un tempo, e però una storia che rimane, come la nenia della formazione della grande Inter dei mitici Sessanta. E il mito resta nella memoria, e pure nel cuore.

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