(da New York) Non lo fermeranno i sondaggi in picchiata – appena un americano su quattro approva l’attacco all’Iran – né i tentativi del Congresso di limitarne i poteri di guerra. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato netto: l’operazione militare “Epic Fury”, che ha portato all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei e di oltre quaranta funzionari governativi, proseguirà “finché necessario”.
Lunedì, durante la cerimonia di consegna della Medaglia d’Onore ai quattro militari deceduti nella rappresaglia iraniana, il presidente ha parlato di un impegno “dalle quattro alle cinque settimane”, ma potrebbe protrarsi “molto più a lungo”, senza escludere l’invio di truppe di terra. Gli obiettivi dichiarati sono ambiziosi: ridurre le capacità missilistiche di Teheran, distruggerne la marina, impedire definitivamente l’accesso alla bomba nucleare e fermare il sostegno a milizie armate oltre confine.
In Senato, i membri della Commissione Affari Esteri si dividono tra chi esulta per “le azioni decisive contro una minaccia che dura da 47 anni” e chi teme “l’assenza di una strategia chiara per un’altra guerra potenzialmente senza fine”.
È il timore di un déjà-vu che riporta alla memoria l’Iraq del 2003.
Sul piano del diritto internazionale, la voce della professoressa Mary Ellen O’Connell, docente alla Notre Dame Law School, è netta: l’uso della forza, in assenza di legittima difesa o di un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, costituisce “aggressione pura e semplice”. O’Connell, sul sito di news OVS, ricorda che, all’avvio delle operazioni, il governo britannico avrebbe negato l’utilizzo di basi sotto il proprio controllo, ritenendo illegittima l’azione militare di Stati Uniti e Israele. “L’esito non può essere previsto – avverte –. Anche nel 2003 si pensava a un rapido cambio di leadership in Iraq. Ne è seguito il caos, che ancora oggi pesa sulla regione”.
Preoccupazione anche dal mondo cattolico. In una dichiarazione del 1° marzo, l’arcivescovo Paul S. Coakley di Oklahoma City, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ha avvertito che “il crescente conflitto rischia di degenerare in una guerra regionale più ampia”.
Richiamando l’appello di Papa Leone XIII all’Angelus nello stesso giorno, contro un “abisso irreparabile” se la violenza continuerà a crescere, Coakley ha evocato la “possibilità di una tragedia di proporzioni immense”.
(Foto AFP/SIR)
“I miei fratelli vescovi e io uniamo la nostra voce a quella del Santo Padre – ha affermato – e rivolgiamo un sentito appello a tutte le parti coinvolte affinché la diplomazia riacquisti il suo ruolo appropriato”. Citando le parole del Papa, ha chiesto di “porre fine alla spirale di violenza e tornare a un impegno diplomatico multilaterale che miri al benessere dei popoli, che anelano a un’esistenza pacifica fondata sulla giustizia”. Tutte le nazioni e gli organismi internazionali, ha sottolineato, devono compiere ogni sforzo per prevenire un’ulteriore escalation.
Intanto, nell’opinione pubblica americana restano interrogativi irrisolti. Perché avviare un conflitto mentre erano in corso negoziati indiretti sul nucleare che, secondo diversi osservatori, procedevano nella giusta direzione? Molti ricordano l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo del 2015 tra l’Iran e il P5+1. Altri si chiedono se l’attacco dello scorso giugno ai siti nucleari iraniani, presentato come decisivo, abbia realmente compromesso le capacità atomiche di Teheran.
L’offensiva di sabato è scattata mentre erano in corso colloqui indiretti tra Washington e Teheran che, secondo diversi indicatori, procedevano nella giusta direzione. Il ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore tra le parti, era intervenuto in televisione per appellarsi al popolo americano affinché contribuisse a fermare una guerra ormai avviata e le cui cause profonde restano opache anche per una parte della base elettorale che aveva scelto Trump confidando nella promessa di non trascinare il Paese su nuovi fronti bellici.
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