Alluvione di Firenze: dal fango alla rinascita. Il racconto della figlia del sindaco Bargellini

Scritto il 04/11/2026
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Nel 1966, Antonina Bargellini aveva poco più di vent’anni. Dell’alluvione che sommerse la città ricorda i morti (“Grazie al cielo furono meno di quanti sarebbero potuti essere, ma sempre troppi”) e la scia di fango, danni e distruzione che durò per mesi. Ma oggi, a distanza di sessant’anni, nella memoria torna soprattutto il grande amore che tutto il mondo dimostrò per Firenze. Suo padre, Piero Bargellini, è uno dei maggiori scrittori italiani, “uomo di grande cultura e di grande fede” ci tiene a sottolineare. Ma per i fiorentini è soprattutto il “sindaco dell’alluvione”. Era stato eletto nel luglio di quell’anno, e si trovò a fronteggiare l’immane tragedia. Per mesi fu lui il punto d’arrivo di richieste d’aiuto e lamentele, ma anche di manifestazioni di solidarietà.

Antonina conserva gelosamente le lettere che suo padre riceveva dai Capi di Stato di tutto il mondo ma anche dai bambini delle scuole giapponesi o americane. “Caro signor sindaco, spero che la tua città sia presto ricostruita, se hai bisogno di aiuto scrivici e faremo quello che possiamo” scrive la piccola Martha dagli Stati Uniti. Il presidente del Senegal, Leopold Senghor, annuncia la decisione di destinare a Firenze, nonostante la siccità che ha colpito il suo Paese, un milione di franchi: “Questa somma, certo insignificante, non vuole che essere un simbolo: la partecipazione del Senegal all’opera di rinascita culturale intrapresa da Firenze”. Il pensiero di Senghor va ai convegni internazionali, organizzati negli anni precedenti dal sindaco Giorgio La Pira, ai quali lo stesso Bargellini aveva dato un grande contributo. Il presidente senegalese intervenuto nel 1962, affermando: “In nome dell’Africa io mi rivolgo al mondo da questa piazza di Palazzo Vecchio, cuore di Firenze-la-Pacifica. I monumenti di Firenze tendono verso l’edificazione di un mondo più umano, dove devono trionfare i soli valori dello spirito e del cuore”.

Secondo Antonina Bargellini, in questa grande manifestazione d’amore per Firenze c’era il fascino della sua cultura, delle bellezze artistiche, del Rinascimento; ma c’era anche quella rete di rapporti che proprio La Pira aveva contribuito a costruire. Questo spiega anche la quantità di Paesi che inviarono aiuti umanitari. L’elenco è lungo, 90 nazioni: ci sono quelli vicini, Francia, Spagna, Grecia e tutti gli stati europei (compresa l’Unione Sovietica) ma anche quelli lontani, Australia e Nuova Zelanda. C’è l’Asia, dalla Siria al Vietnam, ma anche Iran, Israele, Cambogia, Afghanistan… ci sono le Americhe, dal Canada agli Stati Uniti, dal Messico al Brasile, dal Perù all’Argentina. Ci sono 14 Paesi africani, tra cui Congo, Sudan, Camerun, Etiopia, Somalia… Nell’elenco figura anche il Vaticano: viveri e medicinali consegnati dalle Pontificia Opera Assistenziale furono smistati nei centri di distribuzione costituiti dalle parrocchie il cardinale Ermenegildo Florit aveva chiamato al “massimo sforzo di carità”, come raccontato dieci anni in un volume curato da Franco Mariani per conto della Caritas, e pubblicato dalle edizioni Toscana Oggi.

“Quando vado a raccontare l’alluvione nelle scuole – racconta Antonina Bargellini – mi porto dietro l’elenco dei Paesi che hanno aiutato Firenze. Proprio ieri sono stata in una scuola media: per me se vivono a Firenze sono tutti fiorentini, ma molti hanno genitori provenienti dall’estero. Quando viene fuori che anche la loro nazione di origine ha aiutato Firenze vedo la gioia nei loro occhi, si sentono importanti”.

Tra i ricordi di Antonina, la visita a Firenze del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, due giorni dopo l’alluvione: “Mio babbo lo portò per le strade alluvionate, la gente che stava ripulendo case e botteghe gli urlava la rabbia, imprecava. Poi in Santa Croce la jeep si impantanò, e la gente lasciò la pala e si mise a spingere finché non la fece ripartire. Questo è lo spirito dei fiorentini, spiegò mio babbo al presidente, prima ti insultano ma poi ti aiutano”. Lo stesso sindaco riceveva lettere di protesta, richieste d’aiuto. Ma anche tante persone disposte a rimboccarsi le maniche: “Tra i protagonisti di quei giorni – sottolinea Antonina – non dobbiamo dimenticare chi fece turni di lavoro massacranti, medici, operai, le manovalanze che lavorarono per riaprire in tempi record il Teatro del Maggio: la prima opera fu una festa, mio padre piangeva di commozione”.

L’altro grande capitolo è quello degli Angeli del fango: “Mio babbo all’inizio non li voleva. Si sentiva responsabile: gli andava dato da mangiare da dormire: come si fa, in una città alluvionata? C’erano anche minorenni, aveva paura che qualcuno si facesse male nelle strade piene di detriti, o che prendessero infezioni, malattie. Furono tutti vaccinati, equipaggiati di pale e stivali. Alla fine mio babbo li ha amati moltissimo, si commuoveva quando li vedeva darsi da fare. Mio padre non si è mai scoraggiato, aveva speranza, diceva: Firenze si rialzerà. Aveva fiducia nella Provvidenza e nell’umanità”.

La notte di Natale, a coronare tutto questo, l’arrivo di Paolo VI che volle visitare la basilica di Santa Croce, rendere omaggio al Cristo di Cimabue che diventò il simbolo della bellezza deturpata, e poi celebrare Messa in cattedrale. “Anche per la visita del Papa, mio babbo era perplesso, come si farà? Poi invece fu un momento bellissimo. Ricordo che in Santa Croce a un certo punto il Papa scese giù, scese tutte le scale e andò ad abbracciare la gente, mi sembra ancora di sentire l’urlo che fece la gente, un urlo di disperazione, di gioia, di speranza, e tutti piangevano, un momento meraviglioso. Il Papa, diceva mio babbo, ha abbracciato il Cristo, ma anche i poveri cristi”.

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