A far rumore è l’interpretazione di Timothée Chalamet, già vincitore del Golden Globe e in gara per i prossimi Oscar (il film ha incassato ben 9 candidature). Parliamo di “Marty Supreme” del regista Josh Safdie, targato A2: è la fotografia della New York anni ’50, del sogno americano in ambito sportivo-sociale e i chiaroscuri di una storia accesa da ambizione e sregolatezze. Chalamet sagoma con grinta e trasporto un campione di ping-pong che desidera con tutto se stesso lasciare una traccia nella storia. Nel cast il felice ritorno di Gwyneth Paltrow e Fran Drescher. Al cinema c’è anche “Mercy. Sotto accusa” di Timur Bekmambetov con Chris Pratt, Rebecca Ferguson e Kali Reis, legal-thriller hollywoodiano che metta a tema il rapporto tra giustizia e intelligenza artificiale.
“Marty Supreme” (Cinema, 22.01.26)
Il racconto del sogno americano, ma senza toni edificanti o edulcorati. Quello di Marty Mauser, il protagonista di “Marty Supreme”, è una corsa a perdifiato per emergere dall’anonimato, per sfiorare la gloria grazie a uno sport lontano dai riflettori, il tennis da tavolo, comunemente ping-pong. A interpretarlo in maniera concitata e coinvolgente è Timothée Chalamet, anche produttore del film insieme alla A2, mentre alla regia troviamo Josh Safdie – suo fratello Benny nel 2025 ha conquistato Venezia82 con “The Smashing Machine” –, autore anche del copione con Ronald Bronstein. L’opera prende le mosse dalla storia vera del campione di ping-pong Marty Reisman e del club newyorkese Lawrence’s Table Tennis. In anteprima al 63° New York Film Festival, “Marty Supreme” è cinema dal 22 gennaio con I Wonder Pictures puntando sul traino dei Premi Oscar, dove è in gara con 9 candidature tra cui film, regia e attore protagonista.
La storia. New York anni ’50, Marty Mauser lavora in un negozio di scarpe ma i suoi pensieri sono tutti direzionati al ping-pong. Sogna di andare a Londra per rappresentare il suo Paese ai British Open e ci riesce; lì si scontra con il giapponese Endo, che frantuma le sue ambizioni: è lui il più forte. Marty non si arrende all’evidenza e, una volta tornato negli Stati Uniti, fa di tutto per raccogliere i soldi necessari per sfidare di nuovo il suo avversario, questa volta in Giappone. A livello sentimentale, frequenta senza convinzioni la vicina di casa Rachel, da sempre innamorata di lui, e al contempo intrattiene una relazione con la famosa attrice Kay Stone, sposata con il magnate Milton Rockwell.
Accelerato, “nervoso” e incalzante. Così può essere definito “Marty Supreme”, film che esplora luci e (soprattutto) ombre del sogno americano, quello smodato e malsano, dove si è disposti a tutto per emergere. È quello che fa il protagonista Marty Mauser, un talento per capacità comunicative e abilità sportive al tavolo da tennis, ma incapace di costruire relazioni di senso. Centrato solo su se stesso, attraversa le vite degli altri per arrivare al suo obiettivo, ovvero diventare un campione e uscire dall’anonimato. Nel far questo abita le strade e i club di New York a caccia dell’occasione giusta, dell’incontro che cambi corso alla sua vita. La sonora sconfitta che gli impone Endo sulle prime avvita ancora di più la sua ossessione, ma a ben vedere attiva gradualmente in Marty anche un processo di cambiamento, che lo porterà a un faccia a faccia con se stesso. A ricentrarlo (forse) la paternità in arrivo, il figlio con Rachel.
Punto di forza di “Marty Supreme” è di certo l’interpretazione di Chalamet e dei suoi comprimari, come pure la regia grintosa e agitata di Safdie. Ad appesantire il film sono l’eccessiva lunghezza (150 minuti) e alcune dispersioni narrative. Complesso, problematico, per dibattiti.
“Mercy. Sotto accusa” (Cinema, 22.01.26)
Se a giudicare i reati non fosse più un essere umano ma un integerrimo e (in)fallibile prototipo di intelligenza artificiale? Questa è la domanda che pone il film “Mercy: Sotto Accusa”, legal-thriller futuristico (ma neanche troppo) diretto da Timur Bekmambetov e interpretato da Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Kali Reis e Chris Sullivan. Il film è nelle sale con Eagle Pictures.
La storia. Stati Uniti, oggi. Chris Raven è un detective arrestato in stato di incoscienza e accusato di aver ucciso la moglie. L’uomo non ricorda nulla dell’accaduto, ma sa per certo di non essere stato lui. Finisce comunque davanti alla corte e a giudicarlo è Maddox, sistema di intelligenza artificiale che gli concede solo 90 minuti di tempo per dimostrare la sua innocenza, dopodiché sarà condanna ed esecuzione immediata. Chris si lancia in una corsa disperata contro la clessidra, provando a instillare il dubbio nel granitico sistema informatico…
Ricorda non poco l’ottimo “Minority Report” (2002) di Steven Spielberg con Tom Cruise, da un racconto di Philip K. Dick. “Mercy. Sotto accusa” esplora il nostro possibile domani, una società che abdica competenze umane all’evoluzione tecnologica, lasciando campo libero all’intelligenza artificiale. Non solo, dunque, aerei o navi pilotate da computer, ma anche la giustizia governata da sistemi di intelligenza artificiale. L’opera di Bekmambetov – suoi “Wanted” (2008) e “Ben-Hur” (2016) – ha il pregio di individuare approfondire un tema di stringente attualità; lo svolgimento narrativo incede agile e adrenalinico, depotenziato qua e là da semplificazioni secondo i canoni del cinema hollywoodiano un po’ fracassone, ma ad ancorare la storia sono gli interpreti, in testa Pratt e Ferguson. Una buona proposta nel terreno del legal-thriller, acuta ma senza troppi sussulti. Complesso, problematico, per dibattiti.