Basi Usa e Nato: la rete militare che attraversa Europa e mondo

Scritto il 06/10/2026
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L’ultima presidenza Usa, ma anche gli interventi pubblici di diversi leader politici internazionali, sembrano aver aperto una partita nella quale Stati Uniti e Nato vengono talvolta rappresentati come realtà contrapposte. Ma qual è la situazione concreta? E soprattutto: che differenza c’è tra una “base Nato” e una “base Usa”, dove si trovano e quali funzioni svolgono? La distinzione è importante. La Nato non possiede una propria rete mondiale di basi paragonabile a quella degli Stati Uniti: l’Alleanza utilizza infrastrutture messe a disposizione dagli Stati membri e si basa sulle forze militari nazionali che i Paesi alleati assegnano alle operazioni e ai comandi comuni. Gli Stati Uniti, invece, dispongono di una propria rete di basi e installazioni all’estero, alcune delle quali ospitano anche strutture, comandi o attività Nato. La sovrapposizione è quindi frequente, soprattutto in Europa. Ramstein, in Germania, è una grande installazione dell’US Air Force, ma ospita anche il quartier generale dell’Allied Air Command della Nato. A Sigonella, in Sicilia, accanto alle infrastrutture statunitensi opera la principale base operativa della Nato per il sistema di sorveglianza Alliance Ground Surveillance, con cinque velivoli senza pilota RQ-4D Phoenix. A Geilenkirchen, sempre in Germania, la Nato gestisce invece la flotta degli aerei E-3A Sentry Awacs. La rete nasce in gran parte con la Guerra fredda. La Nato viene fondata il 4 aprile 1949; dopo la guerra di Corea, nel 1950-1951, prende forma una struttura militare integrata, con il comando supremo affidato tradizionalmente a un generale statunitense. Il Supreme headquarters allied powers Europe (Shape), cioè il quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa, viene attivato nel 1951 e oggi ha sede a Casteau, vicino a Mons, in Belgio. Nel 1952 nasce inoltre il comando alleato dell’Atlantico a Norfolk, negli Stati Uniti. In Italia la presenza alleata si consolida già nei primi anni Cinquanta. Nel 1951 viene istituito il comando delle forze alleate del Sud Europa, inizialmente a Napoli, mentre prendono forma i comandi terrestri e aerei di Verona, Firenze e Vicenza. Nel tempo la struttura si trasforma, ma il Mediterraneo resta uno dei nodi strategici della postura euro-atlantica. Secondo il Congressional research service, nell’area di responsabilità del Comando europeo degli Stati Uniti (Eucom) esistono 30 basi utilizzate stabilmente da almeno 15 anni e altri 19 siti militari. Nell’aprile 2025 erano quasi 80mila i militari statunitensi assegnati nell’area di Eucom. Un precedente censimento del marzo 2024 indicava 67.200 militari permanentemente assegnati alle basi in Europa: 35.068 in Germania, 12.375 in Italia e 10.058 nel Regno Unito. La Germania è il principale hub: Ramstein per l’aviazione e il trasporto strategico; Stuttgart per Eucom; Wiesbaden per il comando dell’esercito Usa in Europa e Africa; Grafenwöhr e Vilseck per l’addestramento e le forze terrestri. Nel Regno Unito spiccano Lakenheath, Mildenhall e Croughton; in Spagna Rota e Morón; in Portogallo Lajes. In Italia la rete comprende Aviano, Sigonella, Napoli, Vicenza, Camp Darby, Gaeta e Ghedi, con funzioni che vanno dall’aviazione al supporto logistico, dalle comunicazioni alle attività navali e alla proiezione delle forze.

(Foto SIR)

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il Pentagono ha inoltre dispiegato o prolungato in Europa oltre 20mila militari aggiuntivi, rafforzando comandi, difesa aerea, aviazione e capacità logistiche. La presenza Nato è invece costruita soprattutto attraverso le forze messe a disposizione dagli Stati membri. Dal 2014 e soprattutto dal 2022 l’Alleanza ha rafforzato il fianco orientale: nel giugno 2026 erano 9 i gruppi multinazionali di combattimento dislocati sul fianco orientale, mentre iniziative come Baltic sentry ed Eastern sentry hanno aumentato sorveglianza e difesa dello spazio aereo e marittimo. Anche qui le categorie si sovrappongono: basi nazionali, infrastrutture Nato e contingenti multinazionali convivono nello stesso sistema. La Nato, infatti, non dispone di un esercito permanente proprio: le forze restano nazionali, anche quando vengono messe a disposizione dell’Alleanza. La rete non è fatta soltanto di caserme. Comprende caccia, bombardieri, aerei da trasporto e rifornimento, elicotteri, navi, sistemi radar, difesa aerea e piattaforme di intelligence e sorveglianza. La Nato dispone a Geilenkirchen di 14 E-3A Sentry Awacs, mentre il sistema di sorveglianza Alliance ground surveillance opera da Sigonella con cinque RQ-4D Phoenix. Un capitolo particolarmente sensibile è quello nucleare. Secondo stime pubbliche del Nuclear threat initiative, circa 35 bombe nucleari statunitensi B61 sarebbero presenti nelle basi italiane di Aviano e Ghedi, nell’ambito del dispositivo di nuclear sharing della Nato. Gli ordigni B61-12 hanno sostituito le precedenti versioni e gli F-35A stanno progressivamente sostituendo i Tornado italiani come piattaforma di impiego. La rete americana è però globale. In Giappone gli Stati Uniti dispongono di circa 55mila militari e 85 strutture, mentre nella penisola coreana sono presenti circa 28.500 militari statunitensi. Yokosuka, Yokota, Kadena e Iwakuni sono alcuni dei principali nodi giapponesi; in Corea del Sud Camp Humphreys, Osan e Kunsan costituiscono importanti infrastrutture della presenza americana. Nel Medio Oriente il dispositivo è più frammentato: il Congressional research service (Crs), cioè il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, individua 8 basi permanenti e altri 11 siti militari nell’area di responsabilità dello United States Central Command (Centcom). Il quartier generale è a Tampa, mentre un comando avanzato si trova ad Al Udeid, in Qatar. Bahrain ospita la Quinta Flotta della Marina Usa. La regione ha inoltre mostrato quanto siano esposte queste infrastrutture: negli ultimi anni diverse basi in Iraq, Siria e Giordania sono state interessate da attacchi con droni e missili. Il punto, quindi, è che Usa e Nato non costituiscono 2 reti militari contrapposte.

(Foto Nisrf/Cynthia Vernat)

Esistono una rete americana, fatta di basi e installazioni sotto responsabilità degli Stati Uniti, e una struttura Nato costruita attraverso comandi, infrastrutture comuni e forze nazionali messe a disposizione dell’Alleanza. Le 2 reti si intersecano continuamente. È anche questo che rende complesso leggere la geografia militare contemporanea: Ramstein può essere contemporaneamente una grande installazione americana e sede di un comando Nato; Sigonella può ospitare strutture Usa e una base operativa Nato; le forze di un Paese possono essere nazionali ma operare sotto un comando dell’Alleanza. Dietro questa architettura ci sono settant’anni di storia, accordi bilaterali, investimenti comuni e nazionali, esigenze logistiche e strategiche. Ma anche questioni controverse: costi per i Paesi ospitanti, impatto ambientale, presenza di armamenti nucleari, proteste locali, sovranità e responsabilità politica delle installazioni. La trasformazione della sicurezza europea dopo il 2022 ha ulteriormente ampliato il dibattito sul ruolo americano e sul futuro della difesa europea. La domanda, dunque, non è soltanto quante siano le basi Usa o Nato. È capire chi le controlla, chi le finanzia, quali forze vi sono presenti, quale comando le utilizza e per quale missione. Solo distinguendo questi elementi è possibile leggere correttamente la mappa militare dell’Occidente.

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