“Quando sono nata mi ha preso tra le braccia, aveva dieci anni”. Roseline Hamel ricorda così il fratello Jacques, il sacerdote morto il 26 luglio 2016 nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, mentre concludeva la messa, per mano di due giovani jihadisti. Uno di loro, Adel Kermiche, diciannove anni, era il figlio di Nassera. Dieci anni dopo, la sorella della vittima e la madre dell’attentatore tornano insieme in Italia, dopo l’incontro di apertura del Meeting di Rimini: dal 18 al 20 ottobre saranno a Torino, Verona e Brescia per raccontare l’amicizia raccolta nel volume “Sorelle di dolore” (Ares-Lev). “Il nostro dolore comune avrebbe potuto lasciare spazio all’odio, ma abbiamo osato l’incontro e insieme, passo dopo passo, camminiamo verso la resilienza”, ci racconta Roseline alla vigilia del viaggio.
La fede ferita e il dolore dell’altra
L’attentato, rivendicato dallo Stato islamico, ha travolto anzitutto la sua vita interiore. “La mia fede è stata come calpestata, ridotta in innumerevoli frammenti”, confida, ma con il tempo ha scoperto che restava presente, “anche se in modo discreto”. Quando l’arcivescovo di Rouen, mons. Dominique Lebrun, chiese alla famiglia se provasse odio, fu la figlia Jessica a rispondere: “Il dolore è così immenso che non c’è spazio per l’odio”. Poi è arrivata la domanda che il libro, scritto con il giornalista francese Samuel Lieven, restituisce senza filtri: “Se fossi la madre del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei?”. “È da un sentimento umano che è nata la mia riflessione su quale potesse essere il dolore dell’altro in questa disgrazia”, spiega Roseline. A chi attribuisce alle donne una naturale inclinazione alla mediazione, risponde che “la libertà della coscienza umana non fa distinzioni di genere”. Come esempio ricorda un padre che ha perso la figlia nella strage del Bataclan: pur definendosi non credente, “ha intrapreso lo stesso mio cammino con il padre dell’assassino”.
Una madre contro la radicalizzazione del figlio
Dall’altra parte c’era Nassera, musulmana nata ad Algeri nel 1963, insegnante in un liceo professionale e madre di cinque figli. Adel, il più piccolo, aveva cominciato a cambiare dopo la strage di Charlie Hebdo, nel gennaio 2015, tra teorie del complotto e propaganda raccolta in rete. Per due volte tentò di raggiungere la Siria: la prima fu fermato in Germania grazie alla segnalazione della madre, la seconda in Turchia. Seguirono dieci mesi di carcere e la libertà vigilata. “Preferivo sapere mio figlio vivo in carcere, piuttosto che destinato alla morte in Siria”, racconta Nassera, che ammette: “Davanti a situazioni del genere, siamo tutti disarmati”. Con il tempo ha scelto di cercare la famiglia della vittima: “Dovevo chiedere perdono alle vittime e alla famiglia di padre Hamel. Perdono per mio figlio, perché voglio credere che, se fosse sopravvissuto, lui stesso avrebbe chiesto perdono”. Roseline ha spostato l’accento: “Non sono venuta per sentirmi chiedere perdono, ma perché insieme proviamo ad affrontare il nostro dolore di sorella e di madre”.
Le critiche e l’educazione alla pace
All’inizio era una scelta privata, maturata per restare in piedi e proseguire la vita senza lasciarsi colpire dall’odio. Roseline dal 2018 siede nella giuria del premio giornalistico intitolato al fratello, consegnato ogni anno a Lourdes. Lì, nel gennaio 2024, è arrivata per la prima volta anche Nassera. Con la testimonianza pubblica è giunta l’incomprensione. Dopo otto anni di incontri, spiega, “ci siamo accorte che il nostro legame non era compreso, anzi era respinto. Abbiamo subito violente critiche, sia sui social che di persona”. Roseline diffida della parola riconciliazione: “Non si tratta di riconciliazione ma di resilienza per continuare a vivere, con questa realtà che ha ferito il nostro spirito, la nostra carne, il nostro sguardo sul mondo”. Proprio per questo, osserva, il loro cammino può diventare un’educazione alla pace per la società. È la chiave della prefazione del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che evoca la pace “disarmata e disarmante” di Papa Leone XIV: “Il cuore del libro è ciò che accade dopo”. Papa Francesco, che aveva definito padre Hamel un martire, autorizzò l’avvio della causa di beatificazione senza attendere i cinque anni previsti. Al fratello Roseline affida una consegna: “Quando ci assalgono pensieri dolorosi, ricordiamo che tu hai fatto di noi, per grazia di Dio, degli artefici di pace”.