Poche parole, poco convincenti. Così, almeno ufficialmente, le figure istituzionali dell’Unione europea hanno reagito all’attacco Usa-Israele all’Iran. Ma i “dietro le quinte” raccontano altro.
“Riaffermiamo il nostro impegno”. Le prime dichiarazioni, affidate ad Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, e a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, non vanno molto oltre la “preoccupazione” per quanto sta accadendo in Medio Oriente. “Gli sviluppi in Iran sono estremamente preoccupanti”. Quindi: “Restiamo in stretto contatto con i nostri partner nella regione”: lecito domandarsi quali siano. “Riaffermiamo il nostro fermo impegno a salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale”: già, ma come? Quindi si parla di “garantire la sicurezza nucleare”. Poi il richiamo alle sanzioni adottate verso il “regime omicida iraniano” e l’impegno a “garantire che i cittadini europei nella regione possano contare” sul “pieno sostegno” dell’Ue. Non manca la chiusa: “Invitiamo tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. Usa e Israele non sono citati.
Riunioni e dichiarazioni sparse. La nuova guerra che insanguina l’Asia porta a convocare riunioni distinte: quella odierna del gabinetto di sicurezza della Commissione (che peraltro non ha competenze esplicite nella politica estera Ue) e l’altra, tenutasi ieri sera, fra l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Kaja Kallas, e i ministri degli esteri dei Ventisette, con una dichiarazione congiunta che dice poco o niente. Quasi tutti i leader dei Paesi Ue hanno affidato a stampa e social delle dichiarazioni, sulla linea della preoccupazione per la regione, per la possibile escalation del conflitto, per la sicurezza nazionale. Mosca e Pechino (da quale pulpito…) hanno invece rivolto accuse pesanti verso l’azione unilaterale decisa fra Washington e Tel Aviv.
Manca una politica condivisa. Tornando alle voci europee, si rilevano sottolineature differenti. Von der Leyen sostiene “fermamente il diritto del popolo iraniano a determinare il proprio futuro”: frase equivoca riguardo un Paese che subisce un attacco militare dall’esterno volto a ribaltare un regime (regime che, impossibile negarlo, s’è macchiato di crimini odiosi, ha azzerato democrazia e libertà al suo interno ed è una minaccia per il vicinato). Von der Leyen, come Costa, condanna la rappresaglia iraniana contro i Paesi del Golfo; eppure Costa specifica che i bombardamenti sull’Iran sono “una pericolosa escalation della situazione militare in Medio Oriente”. Dal canto loro gli Stati Ue procedono a ranghi sparsi: chi più vicino agli Usa (Regno Unito, Germania), chi procede per proprio conto (Francia), chi si smarca (Spagna), chi resta in attesa (Italia). Il francese Emmanuel Macron afferma: “Lo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionale”. Lo spagnolo Pedro Sánchez respinge “l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile”. Al fondo emerge il solito problema europeo: non esiste una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, per cui la voce rimane flebile e le grandi decisioni geopolitiche passano altrove.
Un “imperativo strategico”. Eppure, l’Europa, le cui istituzioni comuni sono nate dopo la seconda guerra mondiali esattamente per assicurare la pace ai popoli del continente, qualcosa in più potrebbe dire. Interessante, a questo proposito, la posizione di Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa, istituzione sorta nel 1949, indipendente dall’Ue, che conta 46 Paesi membri e si occupa di pace, democrazia, diritti fondamentali. “Il Medio Oriente sta scivolando in un conflitto su vasta scala ai confini orientali immediati del Consiglio d’Europa”, dichiara Alain Berset. Per poi mettere il dito nella piaga: “Con l’attacco missilistico, il diritto internazionale viene trasformato in un’arma”, così “i civili in Iran e in tutta la regione sopportano il peso della forza”. Secondo Berset “questa escalation, insieme al susseguirsi delle recenti crisi, sottolinea la necessità di un quadro giuridico europeo comune a livello dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, in grado di giudicare le violazioni e l’uso della forza e delle sanzioni, garantendo al contempo decisioni continue e coerenti, senza paralisi. Quella che un tempo era una discussione è ora una questione di imperativo strategico”.
Ucraina, Gaza, Venezuela, Groenlandia… Per non essere frainteso, Berset specifica: “Come abbiamo visto con la crisi in Venezuela, questa situazione non può essere ridotta a una scelta binaria tra condanna e sostegno, indipendentemente dalla leadership e dalla natura del regime di Teheran. Siamo in una fase di decostruzione dell’ordine giuridico internazionale, in cui gli impulsi e il potere del più forte cercano di governare le relazioni tra gli Stati. In questo mondo non esiste un ordine giuridico, solo forza e doppi standard”. Parole forti. “Nessuno può nascondersi dietro la pretesa che quest’ordine non sia mai stato violato, o che i potenti non abbiano imposto la propria volontà quando gli faceva comodo. Ma ciò a cui abbiamo assistito in Ucraina, a Gaza, in Venezuela e, in forma diversa, in Groenlandia, è una deriva verso un crollo totale di quell’ordine”. L’Europa “nel suo insieme deve agire per attenuare il conflitto nel Golfo, proteggendo al contempo la sicurezza dei suoi cittadini nella regione. Deve insistere sul rispetto del diritto internazionale, compresa la Carta delle Nazioni Unite”.
Quadro giuridico comune. Mentre chiede di far tacere le armi, Berset intende avviare, mediante il Comitato dei ministri, massimo organismo politico del Consiglio d’Europa, “una riflessione collettiva sulla capacità dell’Europa di rispondere in modo coerente e all’interno di un quadro giuridico comune”. Regole chiare sullo scacchiere continentale e internazionale, dunque. Infine, afferma: “Il tempo è essenziale. Se non organizziamo la sicurezza collettiva europea più ampia all’interno di una struttura giuridica permanente e vincolante, essa continuerà a reagire alle crisi plasmate da altri. L’unica alternativa è ripristinare la sicurezza e l’autorità attraverso la legge”. Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo “è un banco di prova per stabilire se l’Europa intende plasmare l’ordine emergente o limitarsi a osservarne la frammentazione. L’inazione non è prudenza, è abdicazione”.
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