L’attacco del 7 ottobre 2023 contro le comunità di Israele, vicino alla Striscia di Gaza, è costato 1.139 morti israeliani, attribuiti ad Hamas. La cifra, data dagli israeliani, doveva giustificare la reazione armata. Se davvero si voleva una sconfitta politica di Hamas e un suo isolamento dal mondo arabo, sarebbe bastata un’azione diplomatica anziché una furiosa reazione militare, senza distinzioni fra civili e guerrieri di Hamas. Tanto più che si stavano perfezionando i patti di Abramo. È stata una scintilla che ha fatto deflagrare un conflitto mai sopito fra Hamas e Israele, propaggine del conflitto scattato fin dalla proclamazione dello Stato di Israele. Il confronto bellico coinvolge tutta la regione; non solo il mondo arabo, ma anche, e soprattutto, l’Iran. C’è un intrigo di ragioni etniche, religiose, politiche difficilissimo da districare C’è confusione fra sionismo e semitismo. Nel mondo occidentale pare essere cresciuto un forte “antisemitismo”: la disapprovazione verso la politica di Benjamin Netanyahu e del suo governo è spesso identificata come antisemitismo, mentre in realtà si tratta di antisionismo, contro il nazionalismo di Israele, sempre più radicale. Il desiderio di questo governo Netanyahu è di arrivare fino ai confini del regno di Davide nel momento della maggiore espansione. Secondo i partiti radicali religiosi di destra è la promessa di Dio stesso. Dopo la Seconda guerra mondiale e la costituzione dello Stato di Israele, parte dei palestinesi volevano buttare a mare gli ebrei e questi avevano lo stesso progetto verso i palestinesi. La rivendicazione storica delle terre arrivava fino alla conquista della Terra Promessa da parte degli ebrei contro i filistei. Ogni stagione di lotta ha lasciato semi di odio e violenza. Un sano ritorno alla Sacra Scrittura, alla cui cultura gli israeliani fanno riferimento, può far tornare alla mente quella della torre di Babele, che diventa segno della discordia e della incomunicabilità. (vedi enciclica Magnifica humanitas §7). Deve arrivare il tempo della pacificazione e dell’accoglienza reciproca; del mutuo riconoscimento e della speranza (vedi Isaia, cap. 2) che a Gerusalemme si deve realizzare. È ciò che i popoli desiderano, non per essere conquistati, ma per la libertà e l’armonia. Il libro di Isaia ritorna al sogno della Gerusalemme come luogo di pace e luce (Isaia cap. 60), come un sogno. La Magnifica umanitas (§ 8) ricorda che Neemia ricostruisce Gerusalemme coinvolgendo il resto di Israele, ciò che è rimasto dopo violenza e odio. Siamo tutti in attesa operosa di questa Gerusalemme piena di luce e di pace.
(*) “Il momento”
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