Sarebbe potuto essere salvato. È quello che scrivono i periti nella relazione depositata oggi e commissionata dalla Corte d’Assise di Vicenza. Il fatto risale a due anni fa. Protagonista un ragazzo di appena 14 anni morto a causa di un ritardo nelle cure per un osteosarcoma. “È una malattia il cui comportamento biologico può essere anche molto molto aggressivo e che riconosce soprattutto nei giovani, come purtroppo è il caso di questo ragazzo, l’integrazione tra trattamenti sistemici, quindi la chemioterapia, eventualmente trattamenti locali come la radioterapia e la chirurgia – spiega Bruno Vincenzi responsabile del Day Hospital oncologico del Policlinico Campus Bio-Medico e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia -. I trattamenti chemioterapici possono avere nel caso specifico anche un’importante efficacia che in una buona percentuale di pazienti può condurre anche alla guarigione definitiva, integrandoli ovviamente con gli altri trattamenti, soprattutto con quello chirurgico”.
I genitori di Francesco, questo il nome del ragazzo, dopo la diagnosi avevano deciso di non sottoporre il figlio alle cure tradizionali, ma di affidarsi a un metodo alternativo, il cosiddetto metodo Hamer.
“È chiaro che quando si ha a che fare con patologie oncologiche spesso si finisce in uno stato di confusione, di disperazione che induce a cercare le soluzioni più disparate. Affrontare un percorso chemioterapico vuol dire essere a conoscenza di quello che sono i potenziali benefici, ma anche i potenziali effetti collaterali- spiega ancora Vincenzi -.
(Foto Policlinico Universitario Campus Bio-medico di Roma)
Un trattamento per un osteosarcoma è molto impegnativo, cosa che evidentemente non è un trattamento alternativo. Probabilmente l’obiettivo che ha spinto i genitori a percorrere questa strada, affidandosi a delle persone senza scrupolo che offrono trattamenti privi di alcuna evidenza scientifica al posto di quelli di comprovata efficacia, è che gli è stato detto che il trattamento non avrebbe avuto gli effetti collaterali che invece avrebbe dovuto sostenere il figlio qualora avessero deciso di percorrere un percorso di una terapia convenzionale. Qui non è tanto la scienza che deve entrare in gioco, ma curare al massimo il processo di comunicazione, cioè far sentire accolti il paziente e la famiglia, spiegare nel dettaglio quello che sono le cure, cosa ci si può aspettare. Bisogna aprire a un dialogo, che non debba essere di chiusura anche di fronte alla discussione di eventuali trattamenti e cure alternative, per cercare di spiegare non soltanto la mancanza degli effetti benefici, ma anche il fatto che spesso ci troviamo soltanto di fronte a delle molecole che possono avere l’efficacia del placebo. Se si crea un confronto probabilmente questo consente di evitare che dei pazienti ricevano delle cure, che peraltro molto spesso sono anche a pagamento, prive di efficacia dimostrata”
Il cancro è una delle principali sfide per i sistemi sanitari a livello mondiale. In Italia, secondo le stime dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), nel 2025 si sono registrati circa 390.000 nuovi casi di tumore. Punto cruciale nel processo di guarigione diventa allora la presa in carico del pazienta e di chi gli sta intorno.
“L’accettazione della patologia e delle cure è chiaramente un elemento che facilita tutto il percorso. Chi accetta la malattia e chi è preparato e soprattutto chi affronta la malattia serenamente ha anche la probabilità maggiore di tollerare meglio il trattamento, perché c’è una adesione maggiore al percorso di cura – continua Vincenzi -. E non è soltanto il paziente che gioca un ruolo importante in questo, ma tutto il sistema dei caregiver che ruotano intorno al paziente stesso, la famiglia, gli amici, in questo giocano veramente un ruolo importante. Poi c’è lo psicologo, il medico, l’infermiere, tutta l’equipe ha il compito di far sentire il paziente, se vogliamo, amato o comunque al centro della propria attenzione. Cioè è una squadra che gioca a favore del paziente, è un elemento che davvero può fare la differenza”.
E proprio oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Radioterapia, al Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma è stato inaugurato il nuovo Adaptive Linac Ethos, un moderno macchinario per la radioterapia che utilizza tecnologie avanzate di imaging e intelligenza artificiale per ricalibrare il trattamento in funzione delle condizioni anatomiche rilevate al momento dell’irradiazione. Un approccio in tempo reale che consente di colpire il tumore con maggiore precisione, di preservare il più possibile gli organi sani circostanti e di ridurre gli effetti collaterali associati alle cure.
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