La guerra scatenata dai presidenti Trump e Netanyahu in Medio Oriente non è un videogioco e la nostra unica preoccupazione ora non può essere il rincaro dei prezzi dei carburanti alle pompe di benzina. La narrazione quotidiana del conflitto iniziato il 28 febbraio scorso che parla prevalentemente di obiettivi colpiti o mancati, utilizzo di droni e armamenti, possibili dispiegamenti di truppe, strategie militari e mercantili… rischia di veicolare una visione pericolosamente distorta di quanto sta accadendo. Una visione “disumana” che il cardinale statunitense Blase Joseph Cupich ha definito “gamificata”, cioè trasformata in videogame.
A suscitare l’intervento dell’arcivescovo di Chicago è stato un video, pubblicato nei giorni scorsi sui canali social ufficiali della Casa Bianca, in cui alcune scene di popolari film d’azione vengono intervallate a riprese reali degli attacchi contro l’Iran. “Una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco – ha dichiarato Cupich in una Nota – mentre uomini, donne e bambini iraniani muoiono dopo giorni di bombardamenti missilistici statunitensi e israeliani: tutto questo è disgustoso! Non dimentichiamolo, il lancio di un missile non è un punto sul tabellone, è una famiglia in lutto”. Il cardinale ha intitolato la sua accorata presa di posizione “Un appello alla coscienza”, invitando a mettere da parte, nel modo di considerare e raccontare la guerra, le logiche e il lessico dell’intrattenimento e dell’economia, per ritrovare invece quelle della compassione e dell’empatia con chi ha perso la vita o si trova sotto le bombe, sfollato, senza più una casa e un lavoro, nella paura e magari nella disperazione per la perdita violenta di una persona cara. “Parlare del conflitto in corso in modo asettico o addirittura spettacolarizzato, scrollandone gli aggiornamenti sul telefono tra un’occupazione e l’altra, rischia – conclude Cupich – di renderci insensibili ai veri costi della guerra e di farci perdere il dono più prezioso che Dio ci ha fatto: la nostra umanità”.
Se il cardinale statunitense ha reagito con vigore morale alla narrazione che Trump sta fornendo della guerra in Iran e delle sue motivazioni nel tentativo di galvanizzare il suo elettorato e rafforzare i propri consensi, ci lascia perplessi il racconto del conflitto perlopiù proposto dai media italiani. Molti giornalisti, opinionisti ed analisti internazionali sembrano impegnati da giorni in un’appassionante partita a Risiko, lanciando i dadi dei loro pronostici e spostando bandierine sui loro tabelloni. Ma quello che manca, come nel celebre gioco da tavolo, è quasi sempre (eccezion fatta per il bombardamento della scuola elementare di Minab in cui sono morti 175 civili, in gran parte bambine dell’istituto) la conta dei morti, dei feriti e degli sfollati.
Mentre in Ucraina e a Gaza l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è subita accesa sulla crisi umanitaria, trovare notizie sul numero di morti e persone rimaste ferite in Medio Oriente in queste ultime settimane è estremamente complicato.Indubbiamente, seppur per ragioni opposte, tanto i paesi aggressori quanto quelli aggrediti tendono a minimizzare il coinvolgimento dei civili. Gli Stati Uniti e Israele pongono l’accento sulla morte del dittatore e sulla distruzione degli armamenti con cui l’Iran “era pronto ad attaccare il mondo”; il regime di Teheran, da parte sua, non ha alcun interesse a mostrarsi vulnerabile e ferito.
Ma, al di là della scarsità di dati ufficiali, la triste impressione è che, nella coscienza media e nella narrazione mediatica, la vita di un essere umano in un paese lontano e governato da un regime integralista islamico come l’Iran non valga tanto quella di altri esseri umani geograficamente e culturalmente a noi più vicini. Secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra Iran e Libano i morti sarebbero oramai oltre duemila, quasi ventimila i feriti, circa un milione gli sfollati. Ma questo per molti oggi sembra contare meno del carburante a due euro al litro o di una mancata vacanza a Dubai.
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