La nascita della nostra Repubblica ha attraversato strade spesso non lineari, non tanto per l’ideale repubblicano, condiviso dagli scrittori di cui stiamo per parlarvi, ma per la complessità del cammino di ognuna e ognuno.
Accade per l’Italo Calvino che partecipa alla resistenza, e che militerà nel Partito Comunista, fino al 1956, anno dell’invasione da parte dei carri armati dell’allora URSS, di un’Ungheria che tentava di allontanarsi dallo stalinismo. In “Il sentiero dei nidi di ragno”, un bambino senza famiglia partecipa alla lotta partigiana tra intuizione di comunione con la natura e un sogno di libertà che andava oltre le costrizioni ideologiche che invitavano a contenere le pulsioni “borghesi” in favore della costruzione di una società più giusta.
Ma è nella “Giornata d’uno scrutatore” che Calvino raggiunge uno dei vertici della sua narrativa, perché l’impegno per evitare ipotetici brogli elettorali deve fare i conti con la visione, al Cottolengo di Torino, di persone non solo sofferenti, ma completamente “cancellate” dalla vista e dalla memoria, accudite con amore e tenerezza solo da alcune suore. Racconto-diario di una crisi che durava da molti anni e che trova qui uno dei momenti più alti e commoventi dello scontro-incontro tra privato e politico, ubbidienza ideologica e, improvvisamente, irruzione dell’amore inteso come abbandono totale delle lusinghe esteriori e dedizione senza apparente senso razionale.
Ma il lungo cammino verso la nostra rinascita è tracciato, ancora una volta, dagli ultimi, anche nel caso di “La storia”, di Elsa Morante. Qui, in un arco di tempo che va dal 1941 al ’47 un altro bambino, come il Pin del racconto di Calvino, compie il suo sentiero iniziatico tra bombardamenti e violenze -lui stesso è frutto di una di queste violenze- in una Roma che rappresenta qui uno dei capri espiatori del cammino verso la libertà. Quel cammino che porterà alla proclamazione della repubblica, ma che è costato migliaia di vittime innocenti. È questa una considerazione fondamentale per capire la profondità di chi ha narrato le origini della nostra repubblica non attraverso facili retoriche, ma il passaggio nel dolore abissale. Quello di una madre o di figli che non conosceranno mai i padri.
Un cammino fatto anche di dubbi, come quelli del principe di Salina, don Fabrizio, che nel capolavoro di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”, è consapevole che il tempo dei privilegi della nobiltà è inesorabilmente finito. Anche se il nipote Tancredi, che ha deciso di passare dalla parte dei garibaldini, è consapevole dei limiti di questo passaggio: il suo celebre discorso sul fatto che il cambiamento serve a far sì che tutto rimanga come era, nel senso del potere che assume varie forme, è la visione sconsolata di coloro che pensavano che il clientelismo e il potere fine a stesso fossero il sale della politica. Espressione di una classe al tramonto, che si scontra con l’impegno totale e radicale, fino al sacrificio di sé: tra i tanti quello narrato da Renata Viganò, lei stessa partigiana, nel romanzo “L’ Agnese va a morire”, uscito nel 1949, dove si narra della graduale presa di coscienza della protagonista che diviene staffetta partigiana e che viene uccisa dai tedeschi poco prima dell’arrivo delle forze alleate.
Queste narrazioni, ne abbiamo, per ovvi motivi, citato solo alcune, stanno lì a mostrare come il lungo cammino verso il 2 giugno, e lo vediamo ancora oggi, a 80 anni di distanza, sia stato percorso da donne, bambini, uomini, nella sua complessità ma anche nella determinazione a creare una democrazia nel rispetto delle differenze. E delle fedi.
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