“Papa Leone, a mio avviso, con il suo messaggio pastorale, non tanto con gesti di carattere politico e diplomatico, si sta consolidando come quello che egli è, e cioè una luce morale nel mondo, per questo tempo così segnato da violenza, odio, insicurezza”. Un ruolo che, però, non è in discontinuità con il suo passato, con il padre Robert che si è forgiato ecclesialmente e pastoralmente nel nord del Perù, e con il vescovo di Chiclayo Prevost. Queste affermazioni vengono da una delle persone che maggiormente conoscono l’attuale Papa, già suo diretto collaboratore, César Piscoya Chafloque.
Un laico oggi molto attivo ecclesialmente attraverso il Centro per l’azione pastorale del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam); ha conosciuto, da giovane, ancora alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, padre Robert Prevost, a Trujillo, nella casa agostiniana, durante un periodo di discernimento vocazionale (in quel periodo il futuro Papa coordinava la formazione dei novizi nel nord del Perù). Un’amicizia proseguita nel tempo, anche dopo che César Piscoya si è sentito chiamato al matrimonio e all’impegno laicale. E quando Robert Prevost è diventato vescovo a Chiclayo, ha chiesto al suo stimato amico di coordinare, con lui, il cammino pastorale della diocesi. Il Sir aveva intervistato César Piscoya proprio la sera dell’8 maggio 2025, poche ore dopo l’elezione a Papa di Leone XIV. E torna a sentirlo un anno dopo, proprio mentre il laico peruviano è alle prese con una fitta serie di impegni ecclesiali, che lo hanno portato in Argentina, in Bolivia, quindi a Chicago, la città dell’attuale Papa. E proprio in questi giorni esce il volume, scritto con Véronique Lecaros, “Leone XIV. Ritratto di un Papa peruviano”, con prefazione di Lucia Capuzzi (editore Castelvecchi).
Quali tratti della sua persona vede come immediatamente riconoscibili, per lei che lo conosce bene?
Da un lato, è sempre evidente il primato del Vangelo, il suo profilo interiore. Dall’altra, le sue caratteristiche restano quelle di una persona affabile, rispettosa, attenta agli altri e, al tempo stesso, molto ferma.
Il Papa, in questo primo anno, ha insistito molto sull’unità della Chiesa, non trova?
Sì, si tratta di uno dei suoi messaggi forti: questa priorità è stata espressa fin dal primo discorso, una volta eletto Papa; è stata declinata in diversi ambiti, compreso quello diplomatico. Ma questa attenzione era ben presente anche quando collaboravamo a Chiclayo. Ci esortava sempre a non cessare mai di insistere nel gettare e consolidare ponti, a insistere sull’unità, a partire sempre dall’incontro verso l’altro. Infatti, la ricerca dell’unità è sempre andata di pari passo con l’impegno in cause umanitarie, per la liberazione integrale delle persone, per il rispetto dei diritti umani. Mi ricordo bene di aver marciato, assieme a lui, per la liberazione dei detenuti politici, ai tempi della dittatura di Alberto Fujimori, in Perù. L’ho sempre visto come una persona straordinaria, come un leader che cerca l’incontro, l’unità e, insieme, si oppone alle ingiustizie. E oggi, da Papa, sta facendo precisamente questo, anche nelle relazioni diplomatiche, e lo fa applicando il Vangelo e, a partire dal Vangelo, si propone di migliorare la vita della gente.
Dove trova la sua radice questa forte sensibilità per la giustizia e i diritti umani?
Il tema della giustizia è fondamentale, e il Papa lo ha ribadito anche in aereo, nei giorni scorsi, durante il viaggio in Africa. Esso, però, è parte di quell’invito radicale che interpella l’interiorità di ciascuno. Si tratta della grande lezione di Agostino: la verità non è al di fuori dell’uomo, è nell’interiorità. Il tema dei diritti, della giustizia, non è sganciato da quello che il santo vescovo d’Ippona chiamava “ozio santo”, il lavoro interiore durante il quale Dio fa sentire la sua voce. La radicalità di questo lavoro interiore ci porta a scoprire le necessità a favore della Chiesa e dei fratelli, ci porta alla missione. Si tratta di un cammino, di un processo formativo che ho in parte conosciuto a Trujillo, sotto la direzione di padre Robert, ed è una lezione che non ho dimenticato, anche quando sono diventato padre di famiglia.
Si coglie, in questo cammino, anche la centralità dei poveri, oggetto della prima enciclica di Leone XIV, tra l’altro in continuità con il predecessore?
Sì, il Papa lo ha espresso con molta chiarezza: l’incontro con chi non ha potere e grandezza è una modalità privilegiata di incontro con il Signore. Naturalmente, questa dimensione è stata forte anche in Papa Francesco, ognuno dei due Papi all’interno di un filone spirituale, quello ignaziano prima, quello agostiniano ora. La vicinanza al popolo e ai poveri è sempre stata molto chiara in padre Prevost, anche quando è stato vescovo a Chiclayo. Aggiungo che, nelle scorse settimane, quando sono stato a Buenos Aires e ho conosciuto i movimenti popolari, i cartoneros, gli abitanti delle “villas”, allora ho capito davvero Papa Francesco e il suo messaggio. E così si comprende il percorso di Robert Prevost ripercorrendo l’itinerario spirituale agostiniano, nel contesto peruviano.
Anche sulla sinodalità, la Chiesa sta proseguendo il suo cammino…
Durante il viaggio in Africa, in aereo, il Papa ha parlato dei vescovi tedeschi e dell’attenzione alle persone omosessuali. C’è stata l’attenzione a privilegiare una Chiesa che cammina insieme, a non suscitare divisioni, ma anche a ribadire che giustizia, libertà e uguaglianza sono più importanti della morale sessuale, confermando, al tempo stesso, la posizione della Santa Sede. Ho visto, in quelle parole, il modo di Leone XIV di esprimere le famose parole di Francesco: “Todos, todos, todos”. Tutte le persone sono benvenute nella Chiesa, e questo è alla base della sinodalità. In secondo luogo, sinodalità non è solamente il camminare insieme, ma anche saper “stare”, saper “sostare”, per trovare nella verità di Dio la conversione che ci fa incontrare l’altro con occhi nuovi. Sinodalità è anche vivere un processo interiore di conversione.
C’è qualcosa che l’ha sorpresa, in questo primo anno di pontificato?
Posso essere sincero? Non particolarmente. Certo, mi ha sorpreso, per esempio, il saluto in spagnolo ai fedeli peruviani subito dopo la sua elezione… ma non qualcosa di sostanziale. Ho sempre visto “lo stesso padre Robert”, certo, dentro a un processo di maturazione, anche emotiva; trovo emozionante vedere, a volte, la sua commozione. Papa Leone è un leader che non cerca applausi, ma il suo obiettivo è sempre quello di aprire spazi di riconciliazione e speranza.
Vi siete incontrati durante quest’anno? Cosa vi siete detti?
Ci siamo visti in settembre. Non lo nego, mi sono commosso: mai avrei pensato di abbracciare nella mia vita un Papa che era al tempo stesso un caro amico. Mi ha esortato a proseguire nel mio cammino, nel mio impegno. Abbiamo parlato degli squilibri tra Nord e Sud, gli ho ricordato il dramma dei migranti.