don Taras Zheplinskyi ad un incontro del Ccee a Roma (Foto Ugcc)
Kyiv ha vissuto un’altra notte infernale. Questa mattina, mentre attraversavo quasi tutta la città con i mezzi pubblici per raggiungere la chiesa in cui servo, sulla riva sinistra del Dnipro, mi sono sorpreso a pensare una cosa terribile: sono grato a Dio di aver udito tutte le esplosioni di questa notte, perché significa che sono vivo. Per alcuni nostri concittadini, invece, una di quelle esplosioni è stata l’ultima: quelle successive non le hanno più sentite. Non tutti hanno avuto la mia stessa fortuna.
Eppure, la vita continua. Dopo una notte insonne, stanche e ferite anche psicologicamente, le persone si alzano, vanno al lavoro, si prendono cura dei figli e aiutano chi è stato colpito.
La paura non è scomparsa, ma non è riuscita a paralizzare la città e non ha l’ultima parola.
Questa mattina, sull’autobus, un uomo si è seduto accanto a me e ha cominciato a telefonare ai suoi familiari. La prima chiamata: “Come state? Siete vivi, state bene? Grazie a Dio. Andiamo avanti”. Poi una seconda, una terza… Forse una decina di telefonate con la stessa breve domanda: “Come state? Siete vivi, state bene?”. Poche parole che oggi significano moltissimo. Basta sentire che i propri cari sono vivi per poter entrare con questa certezza in un nuovo giorno. È così che vive Kyiv tra gli allarmi e i bombardamenti. Le persone si sostengono reciprocamente e costruiscono una rete invisibile di solidarietà. Ognuno, nel proprio posto, contribuisce così a far andare avanti la vita dell’Ucraina.
Anch’io dovevo continuare il mio ministero. Sono andato in chiesa perché la gente mi aspettava: le persone che Dio mi ha affidato e al cui servizio mi ha chiamato qui, a Kyiv. Dopo una notte simile, una delle mie piccole gioie è stata quella di poter stare davanti all’altare e celebrare la Divina Liturgia: accompagnare con la preghiera verso l’eternità coloro che erano morti soltanto poche ore prima e, allo stesso tempo, nutrire i vivi con l’Eucaristia e con la parola evangelica della speranza.
Il fumo degli incendi era ancora sospeso sopra Kyiv, le sirene ricominciavano a suonare, e noi durante la Liturgia abbiamo proclamato più volte: “Pace a tutti!”. È un’esperienza spirituale molto forte. L’aggressore russo porta missili, morte e paura; la Chiesa, rimanendo insieme al popolo sotto gli attacchi, proclama e dona invece la pace di Cristo. La stessa pace che Papa Leone XIV ha donato con le sue prime parole dopo l’elezione: “La pace sia con tutti voi!”.
Che cosa dicono i bambini? Durante uno degli attacchi precedenti, io, mia moglie e nostro figlio Liubomyr, di quattro anni, siamo rimasti in casa. Quando arrivano i missili balistici, spesso passano soltanto pochi minuti tra l’inizio dell’allarme e l’esplosione, e non sempre è possibile raggiungere un rifugio. Eravamo seduti nel corridoio dell’appartamento, cercando protezione tra due pareti. A mia moglie tremavano le mani, i missili esplodevano intorno a noi e l’onda d’urto aveva persino fatto spalancare verso l’interno alcune finestre.
Mio figlio dormiva tra le mie braccia e, senza aprire gli occhi, all’improvviso mi ha detto:
– Diglielo.
– Che cosa devo dirle? – gli ho chiesto.
– Di’ alla mamma che la ami.
Ecco di che cosa parlano i bambini ucraini durante le esplosioni: parlano d’amore. Nonostante tutto, continuano ad amare e insegnano a noi adulti a non smettere di farlo.
Che cosa vorrei dire all’Italia e all’Europa? Forse avete visto il recente reportage della CNN. I giornalisti hanno mostrato in Ucraina sistemi di difesa aerea costretti a rimanere inattivi perché privi di ciò che serve per funzionare. È un’immagine dolorosa della nostra realtà attuale: la Russia intensifica i suoi attacchi massicci, mentre diminuiscono le possibilità dell’Ucraina di proteggere il proprio cielo e la vita dei suoi cittadini. Perciò la mia prima richiesta all’Italia e all’Europa è questa: non dimenticate la causa di questa guerra e non mettete sullo stesso piano l’aggressore e la sua vittima. Chiediamo all’Italia e a tutta l’Europa di non smettere di stare dalla parte della vittima di questa guerra – l’Ucraina –, di non lasciarla sola e di aiutarla a proteggere la vita dei suoi cittadini. Sostenete ogni sforzo capace di fermare l’aggressione e di condurre a una pace giusta e duratura. La mia seconda richiesta riguarda la preghiera: il 24 agosto, Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina, nel 35° anniversario del ripristino dell’indipendenza del nostro Stato, chiedo a tutta la Chiesa cattolica in Italia – alle parrocchie, alle diocesi e alla Conferenza Episcopale Italiana – e a tutta la Chiesa cattolica in Europa di unirsi nella preghiera per l’Ucraina e per una pace giusta e duratura per il nostro popolo.
* membro del Dipartimento dell’informazione della Chiesa greco-cattolica ucraina (Ugcc)
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