“Remigriamo il nero”. Un gioco di parole che può diventare una domanda: qual è il “nero” che pesa davvero sull’Italia? Quello dell’immigrazione irregolare o quello fiscale? Il confronto non serve a negare i problemi legati agli ingressi irregolari, all’accoglienza o alla criminalità. Serve piuttosto a misurare fenomeni diversi attraverso i numeri, evitando di confondere l’immigrato con il criminale e il sommerso con la sola evasione. Partiamo dal fisco. L’ultimo dato Istat disponibile sull’economia non osservata dice che nel 2023 il suo valore ha raggiunto 217,5 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil. Di questi, poco meno di 198 miliardi sono riconducibili all’economia sommersa e quasi 20 miliardi alle attività illegali. Nello stesso anno le unità di lavoro irregolari sono state 3 milioni e 132 mila. Attenzione: 217,5 miliardi non sono 217,5 miliardi di evasione fiscale. L’economia non osservata comprende infatti anche attività illegali e componenti statistiche. Per misurare il mancato gettito bisogna guardare al tax gap. La Relazione del ministero dell’Economia e delle finanze ha stimato per il 2021 un gap complessivo tributario e contributivo di 82,4 miliardi di euro, di cui circa 72 miliardi relativi alle entrate tributarie. Sono numeri difficili da ignorare. Il nero fiscale non attraversa il Mediterraneo: è già dentro l’economia italiana. È una fattura non emessa, un ricavo non dichiarato, un lavoratore senza contratto, un’attività che produce ricchezza ma ne comunica al fisco soltanto una parte. E l’immigrazione? Anche qui occorre partire dai numeri. Il ministero dell’Interno aggiorna quotidianamente i dati sugli sbarchi e sull’accoglienza. Al 15 settembre 2026 il cruscotto ministeriale registrava 21.393 arrivi via mare dall’inizio dell’anno e 126.768 persone presenti nelle strutture di accoglienza. Sono persone che richiedono procedure, assistenza e, in molti casi, accoglienza. È dunque evidente che l’immigrazione irregolare comporti costi per lo Stato. Ma fermarsi alla voce della spesa significa fotografare soltanto una parte del fenomeno. Nel 2025, secondo un’elaborazione della Fondazione Leone Moressa sui dati del Dipartimento delle Finanze del Mef, i contribuenti nati all’estero erano circa 5 milioni e avevano dichiarato 87,9 miliardi di euro di redditi, versando 12,6 miliardi di Irpef. Questi contribuenti non rappresentano dunque una voce esclusivamente passiva. Sono lavoratori, imprenditori, dipendenti, professionisti e famiglie che partecipano all’economia italiana e al finanziamento dei servizi pubblici. Il dato fiscale racconta una realtà più complessa dello schema “immigrato uguale costo”: una parte importante della popolazione nata all’estero produce reddito e paga imposte. C’è poi una seconda questione: la criminalità. Anche qui il confronto deve essere fatto senza scorciatoie. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi, 116 con vittime donne e 211 uomini. Il 74,3% delle vittime era di cittadinanza italiana. Per i casi nei quali l’autore era noto, l’Istat rileva inoltre una forte prevalenza di omicidi “intra-etnici”: il 93,4% delle donne italiane uccise aveva come autore una persona italiana e la percentuale era del 91,6% per gli uomini italiani. Il dato non significa che la criminalità straniera non esista. Significa che non è statisticamente corretto trasformare la presenza straniera in una categoria criminale. E il tema diventa ancora più delicato quando si parla di violenza sulle donne. L’indagine Istat 2025 stima che 6,4 milioni di donne italiane tra 16 e 75 anni, il 31,9%, abbiano subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il 23,4% ha subito una violenza sessuale e il 5,7% uno stupro o un tentato stupro. Dove avvengono queste violenze? Una parte rilevantissima all’interno delle relazioni personali. Tra le donne che nel 2024 hanno iniziato un percorso nei Centri antiviolenza, il 52,8% indicava come autore il partner, il 26,1% l’ex partner e il 10,7% un altro familiare o parente. Soltanto il 10,4% delle violenze considerate avveniva fuori dall’ambito familiare e di coppia. Per gli autori, le informazioni socio-demografiche erano disponibili soltanto nel 40% dei casi; tra quelli per cui erano disponibili, il 75,8% risultava italiano. È dunque possibile parlare di una grave emergenza della violenza contro le donne; non è invece corretto utilizzare quei dati per identificare la violenza sessuale con l’immigrazione. C’è, semmai, un punto nel quale immigrazione e nero fiscale possono incontrarsi: il lavoro sommerso e lo sfruttamento. Non necessariamente perché l’immigrato sia autore della criminalità, ma perché il lavoratore migrante può diventare vittima del sistema del nero. L’economia sommersa crea infatti condizioni nelle quali possono prosperare sfruttamento, caporalato, evasione contributiva e violazioni della sicurezza. Un lavoratore privo di contratto o costretto ad accettare condizioni fuori dalle regole è più vulnerabile. E tra le persone maggiormente esposte allo sfruttamento ci sono anche molti migranti. Il paradosso è quindi evidente: lo stesso fenomeno che nel dibattito pubblico viene talvolta associato all’immigrazione può, in realtà, avere l’immigrato tra le sue vittime. Il nero può togliere denaro allo Stato, diritti al lavoratore e competitività alle imprese che rispettano le regole. Quando si intreccia con organizzazioni criminali, può diventare anche uno strumento di sfruttamento. Non è possibile, invece, trasformare il numero degli omicidi o degli stupri in una misura del “costo dell’immigrazione”. Sono fenomeni differenti, con cause differenti e statistiche differenti. Il punto, allora, non è stabilire se l’immigrazione sia un problema oppure no. Il punto è capire quali siano le dimensioni reali dei problemi. “Remigrare il nero” può allora significare proprio questo: riportare nel dibattito ciò che normalmente resta nascosto. Non soltanto chi arriva sulle nostre coste, ma anche chi evade, chi sfrutta, chi lavora senza contratto, chi non versa contributi, chi trae profitto dall’economia sommersa. L’immigrazione irregolare può essere un problema da governare. La criminalità va perseguita, indipendentemente dalla cittadinanza di chi la commette. La violenza sulle donne va combattuta ovunque e dentro qualsiasi relazione si manifesti. Ma se la domanda è quanto “nero” pesi sull’Italia, i numeri indicano una realtà precisa: il nero fiscale ha una dimensione economica strutturale e gigantesca, mentre una parte significativa degli immigrati presenti regolarmente nel Paese contribuisce al gettito pubblico. Forse, allora, prima di chiederci come “remigrare il nero” che arriva da fuori, dovremmo avere il coraggio di guardare anche a quello che abbiamo già dentro casa.
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Scritto il 01/10/2026